Michele Ganino, 58 anni, coinvolto nel procedimento “Luce nei boschi” dal quale è uscito con pronunciamento di proscioglimento, è deceduto il quattro gennaio scorso nel nosocomio di una località “protetta”, ove dimorava sotto la protezione statale a seguito della decisione di collaborare con la giustizia. La notizia del decesso è pervenuta ufficialmente in questi giorni all'ufficiale di anagrafe del Comune di Dasà, luogo di residenza del Ganino.

Nel procedimento “Luce nei boschi”, che ha consentito alla Dda di disvelare le dinamiche criminali delle preserre vibonesi, Michele Ganino venne coinvolto con l'imputazione di compartecipe del delitto di associazione di stampo mafioso, accusa dalla quale è stato prosciolto in fase di appello. A causa delle pressioni e delle minacce che avrebbe ricevuto dai componenti del sodalizio mafioso, Michele Ganino ha maturato la decisione di collaborare con gli inquirenti, godendo così del particolare status del collaboratore di giustizia. In tale veste, ha rilasciato dichiarazioni che hanno contribuito a delineare meglio i fatti posti all'attenzione del collegio giudicante.

Al nome di Michele Ganino sono legati altri episodi a dir poco peculiari: nel marzo di quattro anni fa il pentito avrebbe dovuto deporre in videoconferenza, ma un “allarme bomba” scattato nel sito riservato, la cui localizzazione era sconosciuta anche al suo difensore, ha imposto il rinvio dell'audizione; quello stesso sito è stato scenario di un episodio similare, in occasione della programmata audizione di un altro pentito.