'Ndrangheta, la Dda non si ferma: chiesti altri 13 anni per il braccio destro del boss (NOME)
Accusato di nuove estorsioni dopo il carcere: minacce al cittadino che acquistò la sua villa confiscata
Non sembra essersi interrotto con la prima condanna definitiva il legame tra Antonio Gualtieri e le dinamiche criminali della cosca Grande Aracri. Per l'uomo, già condannato a 12 anni nel maxi-processo "Aemilia" come figura di spicco del sodalizio, la Direzione Distrettuale Antimafia ha formulato una nuova, pesantissima richiesta di pena: 13 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione.
La requisitoria è stata presentata dai PM Beatrice Ronchi e Stefano Finocchiaro presso il Tribunale di Bologna, nell’ambito del processo con rito abbreviato che vede il luogotenente del boss Nicolino Grande Aracri accusato di estorsione e turbativa d’asta, con l’aggravante del metodo mafioso.
Al centro del nuovo procedimento giudiziario ci sarebbe il tentativo disperato e violento di Gualtieri di riappropriarsi dei beni che lo Stato gli aveva sottratto, in particolare la villa di via Strozzi a Rivalta. Appena uscito dal carcere nel novembre 2024, invece di recidere i ponti con il passato, Gualtieri avrebbe ripreso immediatamente l'attività criminale.
Secondo l'accusa, l'imputato avrebbe rivolto pesanti intimidazioni a un cittadino reggiano di 51 anni che si era regolarmente aggiudicato all'asta l'immobile di Rivalta. Minacce talmente gravi da spingere l'acquirente a rinunciare all'affare: l'uomo si è ora costituito parte civile, chiedendo un risarcimento di oltre 800mila euro per i danni subiti e la perdita della caparra.
La parabola di Gualtieri racconta di una pericolosità sociale mai sopita. Già nel novembre 2024 era finito nuovamente dietro le sbarre per intestazione fittizia di beni, nel tentativo di schermare il proprio patrimonio e agevolare il clan. Lo scorso agosto, mentre si trovava già nel carcere di Rovigo, gli è stata notificata l'ulteriore ordinanza cautelare relativa proprio alle pressioni esercitate per la casa di Rivalta.
Il processo ora punta a fare luce su come un esponente di spicco della 'ndrangheta, nonostante una lunga detenzione, sia riuscito a rimettere in piedi un sistema di soprusi appena riconquistata la libertà, sfidando direttamente i provvedimenti di confisca dello Stato.
