Una condanna a 14 anni di reclusione che ribalta il verdetto di primo grado e riscrive il destino giudiziario di un cold case lungo trent’anni. La Corte d’Assise d’Appello di Genova ha deciso così per Salvatore “Salvo” Aldobrandi, il 74enne originario del Cosentino accusato dell’omicidio e della soppressione del cadavere di Sargonia Dankha, sparita nel nulla a Linköping, in Svezia, il 13 novembre 1995.

Il collegio presieduto dal giudice Alessandro Farina ha dunque accolto parzialmente le tesi della difesa, discostandosi nettamente dalle richieste dell'accusa. In primo grado, la Corte d'Assise di Imperia aveva inflitto l'ergastolo, pena che il Procuratore Generale Enrico Zucca aveva chiesto di confermare integralmente durante una durissima requisitoria, definendo l'imputato «un assassino».

Nonostante la fermezza dell'accusa, i giudici d'appello hanno ricalcolato la pena, escludendo l'ergastolo in favore di una condanna a 14 anni. Un verdetto che giunge dopo un'udienza fiume e una camera di consiglio molto attesa.

Il caso Dankha rappresenta uno degli enigmi internazionali più intricati. Sargonia, poco più che ventenne, scomparve in Svezia dove Aldobrandi lavorava all'epoca come pizzaiolo. Il suo corpo non è mai stato ritrovato, una circostanza che per anni ha impedito alla giustizia svedese di procedere (secondo le leggi vigenti all'epoca in quel Paese) e che ha rappresentato il nodo centrale del processo italiano.

La difesa di Aldobrandi, sostenuta dagli avvocati Fabrizio Cravero e Mario Ventimiglia, ha sempre puntato proprio sull'assenza di prove schiaccianti e del cadavere, mentre l'accusa ha costruito un impianto basato su indizi pesanti legati alla relazione tempestosa tra i due.

Se si è arrivati a un giudizio, lo si deve alla determinazione della madre e del fratello di Sargonia, Ghariba e Ninos Dankha. Assistiti dai loro legali, non si sono mai arresi al silenzio durato decenni, riuscendo a far riaprire il caso in Italia e portando l'inchiesta fino alle aule di tribunale.

Per la famiglia, che per trent'anni ha chiesto giustizia per una ragazza "svanita" nel freddo novembre svedese, questa sentenza segna un ulteriore, seppur parziale, punto fermo in una vicenda che ha segnato le cronache giudiziarie tra la Calabria, la Liguria e il Nord Europa.