Operazione Pietranera, il boss del clan Gallelli resta in carcere
Il Tribunale della libertà di Catanzaro ha confermato l'ordinanza emessa dal gip per tre indagati. Altri tre tornano in libertà, un solo indagato passa dal carcere ai domiciliari
Dei sette indagati raggiunti il 7 novembre scorso da un’ordinanza di misura cautelare in carcere vergata dal gip del Tribunale di Catanzaro Giovanna Gioia su richiesta della Dda, nell’ambito dell’inchiesta Pietranera, in tre restano in carcere, uno passa ai domiciliari e altri tre vengono scarcerati. Lo ha deciso il tribunale del Riesame di Catanzaro, presidente Giuseppe Valea, a latere Michele Cappai e Simona Manna che ha confermato il carcere per il boss Vincenzo Gallelli, 74 anni, inteso “Cenzo Macineju”, difeso dallo studio legale Staiano, per Giuseppe Caporale, 36 anni e per Antonio Gallelli, 37 anni. Passa invece dal carcere ai domiciliari Andrea Santillo, 57 anni, inteso “Nuzzo”, mente per Francesco Larocca, 51 anni, Giacomo Nisticò, 50 anni e Antonio Santillo 28 anni, tutti difesi dallo studio legale Staiano e dall’avvocato Vincenzo Cicino, il Riesame ha annullato l’ordinanza di misura cautelare in carcere emessa dal gip distrettuale, disponendone l’immediata scarcerazione.
Le mani del clan Gallelli sui latifondi. Secondo le ipotesi accusatorie il clan Gallelli avrebbe imposto “la guardiania” sui latifondi, diventando da “ semplice custode” l’effettivo proprietario delle terre di Badolato, con il sistema delle vessazioni, delle estorsioni, della donazione coatta, impedendo ai legittimi proprietari il libero sfruttamento commerciale dei terreni. Un meccanismo perverso stroncato dalla Dda di Catanzaro nell’operazione “Pietranera”. Gli indagati, tutti del comprensorio di Soverato, sono ritenuti colpevoli, a vario titolo, di più episodi di estorsione aggravata dalla metodologia mafiosa, nei confronti di due imprenditori agricoli le cui attività sono ubicate nel Comune di Badolato. Le mani del clan Gallelli sui latifondi. Le attività investigative, condotte dalla Squadra mobile di Catanzaro dai procuratori aggiunti Vincenzo Luberto e Vincenzo Capomolla, con la supervisione del procuratore capo Nicola Gratteri hanno permesso di accertare che il capocosca, il 74enne Vincenzo Gallelli ha imposto, per oltre vent’anni, la “guardiania” sulle proprietà di una nota famiglia di Badolato, fissando le modalità di sfruttamento dei terreni e costringendo, di anno in anno, gli imprenditori a concederli a pascolo ed erbaggio a propri familiari, nipoti e pronipoti, impedendone così il libero sfruttamento commerciale da parte dei proprietari.
Indagini che hanno fatto emergere, tramite intercettazioni telefoniche, ambientali e le dichiarazioni delle parti offese, come gli imprenditori agricoli, vittime delle pretese estorsive, dalla metà degli anni '90 al 2008 siano stati costretti ad accettare la presenza nelle loro aziende, con il ruolo “custode”, di Vincenzo Gallelli, che in virtù del suo peso criminale, avrebbe garantito loro la “tranquillità ambientale”, costringendoli a donargli in cambio numerosi terreni, nonché ad affidare la gestione e lo sfruttamento di altri fondi agricoli a sé o ai suoi familiari più prossimi, come il pronipote trentasettenne Antonio Gallelli con divieto, di fatto, di esercitare, sui terreni attività non concordate con il capo cosca. La pressante condizione di assoggettamento ed omertà imposta ai titolari dell’azienda agricola li avrebbe inoltre costretti, secondo le ipotesi di accusa a modificare e rivedere i termini e le condizioni contrattuali stabiliti con altri operatori agricoli, la cui presenza doveva rappresentare una sorta di argine alle pretese ed ai condizionamenti del boss, che per realizzare il suo piano, avrebbe utilizzato il nipote Antonio Santillo i pronipoti Antonio Gallelli e Giuseppe Caporale, minacciando per il tramite di Franco Larocca del genero Giacomo Nisticò il verificarsi di gravissimi atti di sangue qualora le direttive del capo cosca non fossero state seguite.
