Da San Luca ad Africo, da Locri a Reggio Calabria, svelati dalla Dda i rapporti tra le principali famiglie. Luce anche sull'ordigno preparato vicino al Tribunale per la visita di Napolitano

116 fermi, 291 indagati, 140 capi d’imputazione. Sequestrate 13 tra società ed imprese.  In corso di valutazione un importante complesso immobiliare.  E’ un colpo durissimo quello inferto questa mattina dalla Dda di Reggio Calabria alle cosche del cosiddetto “Mandamento ionico”. Vastissima l’operazione dei carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria contro le ‘ndrine dei centri dell’area jonica reggina dalla quale “è emerso uno spaccato completo – scrivono gli inquirenti - delle dinamiche associative”.

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L'area interessata. In manette sono finiti affiliati ai locali ndranghetistici di Locri, Roghudi, Condofuri, San Lorenzo, Bova, Melito Porto Salvo, Palizzi, San Luca, Bovalino, Africo, Ferruzzano, Bianco, Ardore, Platì, Cirella di Platì, Careri, Natile di Careri, Portigliola, Sant’Ilario, tutte rientranti nel mandamento ionico. Arresti anche a Reggio Calabria, tra gli uomini della cosca Ficara – Laetella, dei Serraino. Fermo pure per alcuni esponenti delle ndrine di Sinopoli e del mandamento tirrenico.

Le accuse. Pesanti le accuse contestate agli indagati: estorsione, porto e detenzione illegale di armi da fuoco, turbativa d’asta, illecita concorrenza con violenza e minaccia, fittizia intestazione di beni, riciclaggio, truffa e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e numerosi altri delitti collegati, tutti aggravati dalla finalità di agevolare la ‘ndrangheta.

Le indagini. L’intensa attività investigativa condotta attraverso un elevatissimo numero di intercettazioni e servizi di osservazione, resi difficili dalla particolare situazione ambientale di taluni centri aspromontani, integrati dall’esame di materiale documentale e riscontri a dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ha consentito di ottenere una considerevole mole di acquisizioni, alla quale si sono aggiunti gli approfonditi riscontri su taluni filoni investigativi già conclusi. Vale a dire, le inchieste Meta, Solare, Reale, Crimine, Saggezza, Morsa, Acero.

Rapporti di forza. Individuate le gerarchie e gli organigrammi di ogni “Locale” a partire dalla cosca Ficara – Latella, egemone nella zona Sud di Reggio Calabria, per proseguire lungo l’intera fascia Jonica,  sia dei comuni rivieraschi che quelli montani, con un monitoraggio investigativo capillare e completo come mai avvenuto in precedenza. Tale specifica radiografia investigativa ha consentito di documentare le tipiche espressioni del metodo mafioso, identificando gli autori di estorsioni, truffe aggravate per il conseguimento di erogazioni pubbliche, danneggiamenti nonché della infiltrazione negli appalti pubblici e lavori privati, i quali, per numero e estensione, costituiscono un allarmante indice del capillare e asfissiante controllo del territorio esercitato dalla ‘ndrangheta.

I nuovi equilibri. L’indagine ha consentito di definire ulteriormente il complesso sistema di regole e rituali della ‘ndrangheta, aggiornando le acquisizioni in merito all’argomento scaturite dall’indagine “Crimine”, individuando nuove cariche, doti e strutture sovraordinate di cui l’organizzazione si era da ultimo dotata per migliorare la sua efficienza operativa, in linea con quanto emerso nelle operazioni “Crimine” e “Saggezza” e nella recente indagine “Mamma Santissima” del Ros. In tale contesto sono inoltre state accertate le modalità di funzionamento dei “tribunali” di ‘ndrangheta e le procedure dei giudizi sugli affiliati sospettati di violazioni, nonché le regole applicabili in caso di faida.

Le dinamiche interne. L’indagine ha permesso di documentare le dinamiche associative all’interno di alcuni specifici locali di ndrangheta, particolarmente pericolosi e pronti ad infiltrarsi nel tessuto sociale ed economico dell’organizzazione nelle sue strutture di base.

San Luca. Centrale il ruolo riconosciuto alla famiglia di Giuseppe Pelle-Gambazza, non solo non solo con riferimento al “mandamento ionico”, ma a tutta l’organizzazione a livello “provinciale”; ciò sia in relazione a problematiche associative (Pelle Giuseppe viene consultato ed assume le decisioni finali in relazione a molteplici questioni riguardanti la concessione di doti e cariche in tutta la “Provincia”, ovvero riguardanti dissidi interni anche a singole locali), sia in relazione a singole attività estorsive o comunque di infiltrazione nei pubblici appalti (quale diretto interessato e/o garante degli equilibri spartitori di tipo ndranghetistico tra le varie famiglie).

Le estorsioni.
Di particolare rilievo sono le intercettazioni che dimostrano la sistematica pressione estorsiva, costituita dal 10% del valore delle opere, nonché l’infiltrazione negli appalti pubblici tra cui quello relativo ai lavori della linea ferroviaria Sibari – Melito Porto Salvo nella tratta Condofuri – Monasterace del valore complessivo di 500.000,00 €.

Attivo anche il “locale di Locri”. Accertata nella città jonica reggina per antonomasia, l’operatività delle cosche Cataldo e Cordì, protagoniste di una storica faida iniziata sul finire degli anni ‘60 che ha insanguinato, in varie fasi, il centro locrese. L’attività ha svelato come a seguito della formale chiusura del “locale”, decretata alla fine degli anni ’90 dagli organismi di vertice della ‘ndrangheta proprio a causa dell’ennesima recrudescenza della faida, le due cosche rivali abbiano raggiunto una formale pacificazione al fine di “riattivare” il “Locale” e rientrare nel consesso ‘ndranghetista da cui erano state escluse.

Da Locri ad Africo. Documentate le dialettiche associative e di influenza nei rapporti di alcune famiglie di ndrangheta, condizionate sia per vicinanza territoriale che per rapporti familistici. In particolare, gli inquirenti pongono attenzione al veto posto dal capo del “locale” di Africo alla riattivazione del “locale” di Motticella formalmente chiuso dagli organismi di vertice della ndrangheta, a seguito della faida che ha interessato quel centro negli anni 80/90, i cui strascichi non consentono ancora una formale pacificazione.

Platì e Natile di Careri. E’ emersa la sintonia criminale tra i due Locali confinanti, nei quali spiccano le cosche Barbaro, Ietto e Cua, protagoniste della totale infiltrazione mafiosa nel campo dei lavori pubblici. In particolare, le indagini hanno permesso di accertare la turbativa di numerosi appalti pubblici nel settore delle opere infrastrutturali, indetti dai Comuni di Platì e Careri e dalla “Comunità Montana Aspromonte Orientale” di Reggio Calabria, in favore di ditte controllate dalle cosche locali, il tutto secondo logiche spartitorie dettate dagli equilibri mafiosi sul territorio tra le cosche “Barbaro” di Platì, “Ietto – Cua - Pipicella” di Natile e “Pelle” di San Luca; accertata l’esistenza  nel comune di Careri di un sistema illecito di conferimento diretto e sistematico, tramite “somme urgenze”, di commesse pubbliche in favore di imprese controllate dalla cosca “Ietto – Cua - Pipicella”.

Gli appalti. Emersa, pure, l’infiltrazione mafiosa nei cantieri per la “nuova costruzione e parziale adeguamento della ex Statale 112 Dir. Sgc Bovalino - Platì - Zillastro – Bagnara”, appaltati dalla Provincia di Reggio Calabria, che furono in gran parte eseguiti da imprese edili controllate dalle cosche locali, imposte all’Ati aggiudicataria della commessa pubblica con il sistema dei sub-contratti per lavori a misura, per il nolo dei macchinari, per la fornitura di calcestruzzo, materiali edili e da cantiere e mediante imposizione delle maestranze; tale sistema, indispensabile per le ditte mafiose per eludere i controlli preventivi antimafia eseguiti dalla Stazione appaltante, ha costituito per le società vincitrici della gara pubblica, l’unico modo per trovare un “accordo” con il “territorio”, sottoponendosi alla protezione delle cosche locali e limitando in tal modo i danneggiamenti nei cantieri.

Il Consorzio di bonifica. Le indagini hanno consentito di accertare il controllo esercitato da Rosario Barbaro detto “Rosi”, capo locale di Platì, sugli operai del “Consorzio di bonifica dell’Alto Jonio Reggino” i quali venivano sistematicamente e indebitamente impiegati per eseguire lavori edili di manutenzione nelle proprietà del citato esponente della ‘ndrangheta, mentre venivano retribuiti dal citato Consorzio, ufficialmente per lo svolgimento di opere di bonifica del territorio. Chiaro per gli investigatori il coinvolgimento di esponenti delle famiglie mafiose “Perre - Barbaro” nell’indebita percezione di contributi comunitari all’agricoltura, relativi al periodo 2009 – 2013 e in truffe in danno dell’Inps di Reggio Calabria, realizzate mediante la presentazione di falsa documentazione attestante fittizie assunzioni temporanee di braccianti agricoli, al fine di ottenere il pagamento indebito di contributi previdenziali e di disoccupazione; con l’ausilio dei carabinieri Politiche agricole e agroalimentari - Nucleo antifrodi di Salerno, sono stati documentati numerosi casi di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, commessi mediante presentazione di falsa documentazione per il conseguimento di contributi comunitari all’agricoltura erogati dall’Arcea (Agenzia Regione Calabria per le Erogazioni in Agricoltura).

La “Corona” di Ardore. In questo caso, è stata osservata l’attivazione di una sovrastruttura intermedia, denominata “Corona” con relative cariche, con lo scopo di accrescere il prestigio dei 5 locali che la compongono all’interno dell’organizzazione. Nello stesso ambito sono anche stati documentati gli attriti, tra gli affiliati del locale di Ardore e una parte della comunità Rom insediata in quel Comune, dovuti alle attività criminali predatorie poste in essere da questi ultimi in contrapposizione alla cosca di Ardore.   L’indagine ha riguardato, per una parte, anche le dinamiche interne al Locale del capoluogo reggino, documentando il ruolo di vertice di Francesco Pangallo della cosca Latella – Ficara attiva nella zona sud della città, il quale ha riferito sistematicamente a Giuseppe Pelle notizie coperte da segreto istruttorio veicolategli da Giovanni Zumbo, amministratore giudiziario del Tribunale di Reggio Calabria che, grazie a tale posizione, le aveva apprese a sua volta da ambienti giudiziari.

La bomba al Tribunale. Costui è sospettato di avere avuto un ruolo nella vicenda del posizionamento di una vettura con all’interno armi ed esplosivo rinvenuta dai carabinieri lungo il tragitto che avrebbe dovuto seguire il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in visita alla città di Reggio Calabria. (t.f.)

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