Un punto arancione tra le onde del Tirreno in tempesta, scambiato inizialmente per un relitto e poi rivelatosi il corpo di un uomo aggrappato a un salvagente, è l’immagine simbolo di una settimana segnata da naufragi silenziosi lungo le coste tra Calabria e Sicilia.

Dal 15 al 22 gennaio, mentre il ciclone Harry attraversava il Mediterraneo, tra Scalea, Amantea, Paola, Tropea, Pantelleria e Custonaci il mare ha restituito almeno quindici corpi senza nome. Secondo organizzazioni umanitarie, i dispersi potrebbero essere fino a un migliaio.

Sulla vicenda è intervenuta la Conferenza Episcopale Calabra con un documento in cui afferma: “Non possiamo tacere. Il silenzio, in certi momenti, diventa complicità”. I presuli citano anche i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, secondo cui nei primi mesi del 2026 le vittime nel Mediterraneo sarebbero triplicate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Nel testo i vescovi chiedono corridoi umanitari sicuri e maggiori risorse per gli uffici giudiziari impegnati nelle indagini sui naufragi, affinché sia possibile identificare le vittime e accertare eventuali responsabilità. “Il mare ci chiede conto”, si legge nel documento.