'Ndrangheta nel Vibonese, il pentito: "I Mancuso sono un cancro"
Sono 11 i verbali di interrogatorio (entrati nel processo "Rinascita Scott") rilasciati dal neo collaboratore di giustizia Pasquale Megna alla Direzione distrettuale Antimafia. Arrestato dopo una breve latitanza per l’omicidio di Giuseppe Muzzopappa, il 38enne di Nicotera ha cominciato a picconare il muro di omertà eretto della 'Ndrangheta. Parla di Nicotera come di un luogo in cui la vita vale poco. Racconta di sparatorie nate sostanzialmente dal nulla: "A Nicotera – dice – da un semplice furto di non so cosa, forse di gasolio, si è arrivati a tutto questo con un ragazzo che ha perso la gamba".
Omicidio Muzzupappa. Innanzitutto il collaboratore di giustizia racconta del perché ha ucciso Giuseppe Muzzupappa, delitto avvenuto in un bar di Nicotera Marina a fine novembre dello scorso anno. “Quel giorno in cui sono entrato nel bar a Nicotera non avevo intenzione di uccidere Muzzupappa” ha sottolineato. “Avevo però la pistola con me perché ormai mi dovevo "guardare" ma sapevo bene che i miei figli avrebbero in ogni caso perso un padre: lo avrebbero perso perché rischiavo ogni giorno di essere ucciso da loro, oppure perché uccidendo io qualcuno di loro, sarei finito in carcere. Posso dire che solo quando uscivo con mia moglie ed i miei figli ero "immune", perché non sarebbero arrivati al punto di fare qualcosa alla presenza di una donna e dei bambini. Si tratta di una storia che va avanti da almeno 11 anni ma anche da prima della morte di Mimmo Campisi, padre di Totò”. E ancora: "Con Muzzupappa si trattava solo di una questione di tempo e qualcuno sarebbe morto, o io o lui (…) Si doveva girare armati per evitare di essere assassinati. Ho più volte mandato ‘imbasciate per dire che potevamo stringerci la mano, o anche rimanere nemici e non parlarci e non salutarci, ma che non era il caso di andare avanti così.. Come risposta avevo ricevuto da Muzzupappa la seguente espressione: ‘Digli che come li vedo li sparo, a lui, al fratello ed al padre'”. L’astio tra i due è il contorno di una vicenda ben più ampia che ha origine in una spaccatura all’interno della cosca Mancuso. Da una parte il gruppo dei Campisi-Cuturello di cui faceva parte Muzzupappa, dall’altra i due Luni Mancuso, l’Ingegnere e Scarpuni, quest’ultimo zio di Megna. I primi erano intenzionati a vendicare l’omicidio di Domenico Campisi avvenuto nel giugno del 2011 e attribuito proprio ai due cugini Mancuso.
Il clan Mancuso. Megna affronta una questione che riguarda il proprio padre e la sua appartenenza al clan Mancuso: "Quando è uscito fuori che Emanuele Mancuso diceva che mio padre è dei servizi segreti, sono andato da mio papà e ho chiesto se era vero, e lui ridendo mi disse che ora vede per avere gli stipendi arretrati. Io non so se faccia parte o no dei servizi ma so che per sfortuna siamo capitati nella famiglia Mancuso (con la quale i Megna sono imparentati, ndr) che io ritengo che sia un cancro, manipolatori che pensano solo al potere e ai soldi. Hanno rovinato tante povere persone e ne rovineranno altre persone ancora convinte di essere con loro. Si è uomini d’onore ma i Mancuso l’onore non sanno neanche dove sta di casa. Io ho deciso di collaborate per i miei figli e la mia famiglia e se non riuscirò a finire questo percorso con o senza la mia famiglia accanto dedicherò il resto della mia vita a combattere contro le mafie e a far capire ai giovani che la vita è una e la parte giusta è il lavoro, la dignità e la legalità". E siamo solo all'inizio.
