Capogruppo di Forza Italia, moderato e orgoglioso di esserlo. Nico Console, avvocato, nella sua esperienza a Palazzo Razza ha ricoperto, in passato, anche il ruolo da assessore. Oggi si sente parte attiva della classe dirigente di Vibo Valentia, e guarda al futuro. Manca poco più di un anno alle elezioni, ma nel frattempo insieme a Zoom24.it ha analizzato il momento politico e la gestione amministrativa della città.

C’è chi evidenzia problemi atavici e criticità diffuse, mentre qualcun altro all’opposizione (Santoro del M5S, ndr) ha parlato di “annuncite” che caratterizza l’amministrazione targata Maria Limardo. Quali sono le criticità maggiori a Palazzo Razza?

Le opposizioni svolgono il loro ruolo, ovviamente, anche chi ha un’esperienza ridotta in merito al funzionamento della macchina burocratica-amministrativa. Il Comune di Vibo è sottodimensionato rispetto alla media nazionale. Dovremmo avere 240 dipendenti, in realtà a Palazzo Razza ce ne sono circa 104, in quanto alcuni sono in fase di pensionamento. 22 sono destinati alla polizia locale: il corpo è stato rinforzato da due assunzioni, possibili grazie all’ok del Ministero dell’Economia e delle Finanze, al quale è stata dimostrata la copertura. Altre 4 unità sono state assunte negli uffici. Queste nuove assunzioni, però, sono servite per andare a tamponare le uscite.

Quali sono, dunque, gli effetti?

Ciò si riflette sui procedimenti, complice anche il fatto che non si hanno a disposizione, ad esempio, 4 figure organizzative, ma solo una che è quella del dirigente. C’è stata adesso la possibilità di potenziare il ruolo nel settore entrate e tributi della dottoressa Santoro. Se ci sono due generali maa poi i problemi sono sempre quelli, aumenta la responsabilità ma la macchina operativa resta sempre quella. E gli atti procedimentali subiscono un rallentamento.

Può sembrare una giustificazione...

È una concausa. L’aggressione dei problemi non la puoi demandare a 10 persone, quando ne servirebbero 40. Quelle poche assunzioni sono state fatte solo grazie all’iniezione di 18 milioni di euro con le norme nazionali. Il risanamento economico è stato il punto centrale su cui nei primi mesi si è sviluppata l’azione di questa amministrazione. Fondamentale per poter programmare.

In merito ai lavori pubblici, la lista di quelli in itinere ed in programma è certamente lunga. Non crede, però, che ci siano criticità difficili da superare, come, ad esempio, la manutenzione ordinaria del manto stradale?

C’è il fondato motivo che saranno portati a compimento e molte altre opere verranno avviate. Ciò non è frutto di capacità debitoria dell’Ente, o meglio non sono risorse “nostre”. Quando si dice che bisogna ricorrere a fondi europei per sanare l’Ente (riferimento a quanto dichiarato da Stefano Luciano fra le nostre pagine, ndr) bisogna dire quali sono stati persi. Non mi risulta che il Comune abbia perso opportunità in merito ai lavori pubblici, anzi per non perderle abbiamo ampliato la pianta organica con il dottore Maragò che è un esperto di finanziamenti e procedure di gara per i fondi europei e nazionali.

Può anche essere che siano stati persi fondi da poche decine di migliaia di euro per altri settori, ma questo perché ci si è concentrati sul reperimento di somme più importanti, come, appunto, quelle dedicate alle opere pubbliche evidenziate dall’assessore Russo e che sono in fase di avanzamento. Ci sono 150 milioni di opere già finanziate, per un Ente in dissesto mi sembra un risultato importante. In merito alla manutenzione delle strade, è difficile agire: l’ultima spesa è stata di 35mila euro ma ovviamente non è stata sufficiente. Questo non perché non si vuole intervenire sul problema. Ritengo, però, che ci saranno sviluppi ulteriori: si sta lavorando per dare una risposta seria sulla viabilità. Non posso dare anticipazioni, ma credo possa essere annoverata tra le grandi opere pubbliche.

Venendo alle condizioni economico-finanziarie dell’Ente, ci si trova in una fase di stallo in attesa della “convalida” del Piano pluriennale di riequilibrio da parte della Corte dei conti...

Il Piano pluriennale ci è stato suggerito attraverso una proposta di delibera di consiglio comunale già confezionata da un commissario prefettizio, non da una persona qualunque che in dieci giorni ha fatto una rendicontazione. Il passaggio di consegne non è avvenuto in maniera tradizionale, e questo è rilevante. Il deficit non consentiva altro strumento se non un piano di riequilibrio pluriennale. Ci siamo insediati a giugno 2019, i primi di ottobre abbiamo dovuto deliberare il bilancio con lo strumento suggeritoci dal commissario. In quei pochi mesi nessuno avrebbe avuto il tempo di effettuare una nuova verifica dei conti. Sarebbe stato rischioso. Nessuno si aspettava che la Corte dei conti mandasse indietro le carte dicendo che mancavano 19 milioni di euro. Dunque il deficit accertato dal commissario era ancora più grave.

Insomma, ci si è trovati di fronte ad una sliding door?

Avremmo potuto tranquillamente dichiarare il dissesto, ma abbiamo fatto una considerazione: il problema lo avremmo rinviato. Non era una assunzione di responsabilità, ma la via più semplice per continuare a gestire l’ordinario senza una prospettiva futura. Abbiamo anche recuperato la capacità negoziale, se fossimo andati in dissesto non saremmo stati in grado neanche di acquistare 2mila euro di bitume per intervenire sulle strade.

Quali sono stati gli effetti di questa scelta?

Non si è perso tempo, perché se da un lato tagliavamo per rendere fattibile il piano di riequilibrio, dall’altro non avendo dichiarato il dissesto, siamo rimasti nella scia dei comuni che avevano diritto a rientrare nel decreto legislativo dei fondi strutturali, i famosi 12 milioni per i quali ci fu la diatriba tra i parlamentari Tucci e Mangialavori. Dobbiamo ringraziare entrambi, perché c’è stata una convergenza. Restare su questa scia dei nove beneficiari ci ha consentito di ottenere uno stanziamento. Ciò avverrà ogni anno perché è stato istituito un fondo ad hoc, dunque arriveranno ulteriori risorse.

Ci sono stati, però, dei rincari sui tributi...

L’aumento Irpef era una misura prescritta, perché per aderire al sopracitato patto Salva Città bisognava adeguare l’unica entrata certa. Stiamo parlando di 30 euro l’anno per i redditi piccoli, 100 per quelli grandi. Chi parla, ovviamente, non è esentato.

Sono state evidenziate le responsabilità delle precedenti amministrazioni di Vibo Valentia. Qual è il suo punto di vista a riguardo?

Su questa generazione stanno ricadendo tutti gli errori compiuti fino a 15 anni fa. Tutte le scelte, discutibili ricadono sugli attuali amministratori, che ovviamente se li stanno caricando sulle spalle con grande senso di responsabilità nell’interesse esclusivo dei cittadini. È ovvio che per la situazione economica e burocratica, purtroppo, alcuni settori ne risentano. Bisogna tener conto che ci sono voci intangibili, come le spese per la raccolta rifiuti, l’illuminazione, le scuole ed il personale. Ricordiamo anche la rottamazione tout court voluta dal Movimento 5 Stelle nel 2020, che ha eliminato buona parte dei crediti di dubbia esigibilità. Ci sono meccanismi che coinvolgono interamente l’azione politica.

“La città sta cambiando volto” è il mantra dell’amministrazione Limardo. Cosa dice a chi non conviene su tale affermazione?

Quando si dice che sta cambiando volto, non ci si riferisce solo ai lavori pubblici, ma ad una azione di risanamento del tessuto sociale. Qualcuno tende a dimenticare la storia recente, il periodo più buio che la città abbia vissuto. Il risanamento della città non può non passare necessariamente dalla riqualificazione della moralità della stessa. Moralità fortemente messa in discussione il 19 dicembre del 2019, quando abbiamo assistito all’arresto di oltre 400 persone, ovvero una ogni 80 abitanti. Verosimilmente anche tra noi è subentrata una sorta di diffidenza, che ha condizionato l’azione e il dibattito politico: ogni tema sembrava essere di interesse di associazioni a delinquere e soggetti poco graditi dalla società civile.

Di questa operazione se n’è fatta carico Maria Limardo, la prima donna sindaco della città, che ha tenuto la schiena dritta. Trovarsi di fronte 30 consiglieri che venivano aggrediti quotidianamente anche dalla stampa, provoca diffidenza. Si è registrato un congelamento dei rapporti tra organo di indirizzo politico ed organo esecutivo. Gli sviluppi di indagine hanno evidenziato che interessi particolari sono addirittura arrivati a scalfire la trasparenza e la terzietà di organi dello stato, quali tribunali, caserme dei carabinieri, addirittura la Prefettura e la Chiesa. È stato un fenomeno pervasivo dove la politica, interprete della società, non poteva che rimanere trascinata in quella spirale. Già un mese prima era arrivata la Guardia di Finanza, quindi gli uffici sono stati a disposizione degli organi inquirenti, come è giusto che fosse.

La città sta cambiando volto andando oltre le opere pubbliche. C’è un certo dinamismo, basti pensare a Palazzo Gagliardi, sede del Cev, della nuova Pro Loco, dell’Istituto di Criminologia. C’è una voglia diversa, che si percepisce. Una nuova consapevolezza e una riconsiderazione del tessuto sociale, ripartendo dai rapporti umani che sono alla base anche dell’attività politica.

Secondo qualcuno si poteva fare di più, non crede?

Il sindaco è sotto pressione, se ci fosse stato qualcun altro al suo posto, senza il suo carattere, avrebbe mollato il colpo. Si poteva fare di più? Sì, ma in queste condizioni saper fare meglio è tutto da dimostrare.

Ritornando all’azione amministrativa, le opposizioni evidenziano lo scollamento tra la città e le Marinate. Vibo Marina e il suo porto meritano di più?

Di recente l’Autorità di sistema portuale ha annunciato lavori e progetti di riqualificazione. Ricordo quando si gioiva per l’ingresso del porto di Vibo Marina nell’Autorità, ma ricordo che lo stesso scalo dipende direttamente dal Ministero per l’esistenza dei depositi costieri, ed ogni 200 metri c’è un pontile militarizzato.

Qualcuno a Vibo Marina continua a dire che il porto ha le sue caratteristiche commerciali, industriali e turistiche. Credo che sia necessario fare una scelta, e mi riferisco anche alla cittadinanza. Il porto insiste nella città, è un tutt’uno. Cresce e si sviluppa nel perimetro portuale. Il tessuto urbano ricade nel territorio demaniale, dove il Comune non ha possibilità di intervenire. La ricchezza della città rischia di diventare una preoccupazione: nel momento in cui i cittadini vibonesi tutti, non solo quelli di Vibo Marina, sostengono le spese di illuminazione, di manutenzione e pulizia, è evidente che ci si aspetta un ritorno. Ritorno che non si ha perché le occupazioni di suolo pubblico che insistono nei pressi del porto sono tutte appannaggio del Ministero delle Infrastrutture, ed al Comune non arriva nulla.

Il gettito è attivo, si stoccano 40mila tonnellate l’anno di idrocarburi che si traducono in entrate dirette per lo Stato. A Vibo Marina non resta nulla, se non una trentina di posti di lavoro. In virtù della conversione voluta dalla Comunità europea, con lo stop ai combustibili fossili, sono convinto che i posti di lavoro decuplicherebbero con la creazione di nuove attività commerciali come avviene nei porti di Otranto o Ostuni.

Restando a Vibo Marina, la questione irrisolta è quella legata al quartiere Pennello. Quali sono i passi in avanti fatti?

Ci fu un azione coraggiosa del sindaco D’Agostino, che decise di acquistare l’area demaniale. Ciò dovrebbe portare maggior gettito nelle casse dell’Ente. Il quartiere, giustificato dalla legge Murmura, non prevedeva palazzi a cinque piani, ma vincoli ben precisi per garantire la residenza a determinate categorie sociali. Chi ha goduto di quelli immobili deve dire se la politica ha colpe, dato che gli ha consentito di avere un tetto sulla testa. Oggi le pressioni ce le ha questa classe dirigente. Non sento spendere una parola sui piani che sono stati alzati, e ricordiamo che siamo in un perimetro militare e dunque sotto una vigilanza non esclusiva del Comune, che sta comunque lavorando per risolvere le criticità e la messa in sicurezza. Ci sono problemi che vengono da lontano, che oggi ricadono tutti quanti su questa generazione di amministratori. Il Comune non riceve introiti tributari dall’area portuale, nè dal Pennello. Di Vibo Marina cosa resta, se non piccole fette del territorio?

Vibo Marina è una risorsa che va valorizzata, ne sono convinto, ma anche i cittadini devono scegliere esattamente cosa vogliono. C’è chi insiste su una vocazione industriale che ormai si è persa. La loro scelta è stata fatta oltre trent’anni fa, quando la linea ferrata è stata dismessa, e lì, ricordo, insistono palasport, abitazioni e persino un albergo. Mantenere i ruoli senza risolvere i problemi serve solo a qualche personaggio.

L’esperienza Limardo finirà il prossimo anno, ma uno degli slogan è “Vibo Valentia 2030”. Se la sente di confermarla alla guida della città?

L’amministrazione attuale è stata caratterizzata, ripeto, dal periodo più buio della città, anche in termini economici non solo sociali. Nasco con l’Udc ma ho l’onore di fare il capogruppo di Forza Italia, l’abbiamo aiutata anche quando c’erano fibrillazioni nel consiglio comunale. Ho fatto una scelta da moderato, mi sono riconosciuto nell’azione politica di Giuseppe Mangialavori, che rimane un punto di riferimento per l’area moderata nel territorio di Vibo e che lavora silenziosamente per intervenire concretamente nello sviluppo di questa Cenerentola. Ci vogliono grandi capacità di manovra a livello “romano” per mantenere il ruolo.

Mostrare segni di debolezza politica sarebbe stato un ulteriore danno per la città. Maria Limardo ha grandi meriti, fra tutti la ripartenza dal punto di vista etico e morale. Al netto della distanza fisiologica e temporanea tra l’organo di indirizzo politico e l’esecutivo, dire che tutto è andato per il verso giusto sarebbe una presa in giro soprattutto per me stesso. Chi mi conosce sa che non sono morbido quando si tratta dei problemi della città. Qualche ciambella non è uscita col buco, ma è fisiologico nel marasma generale, tra carenza di personale, la questione finanziaria, le inchieste giudiziarie, Covid e quant’altro.

Parole al miele, sicuramente, ma cosa va cambiato?

Se il sindaco Limardo da questa esperienza trae i giusti elementi per adottare i correttivi e dare maggiore impulso all’azione amministrativa credo che abbia tutte le carte in regola per proiettare la città nei prossimi cinque anni. Bisogna mettere a frutto l'esperienza di questi anni apportando i giusti correttivi negli assetti della vita politica dell'Ente per una più ampia partecipazione nell'azione politica a vantaggio, quindi, di una maggiore comprensione della stessa da parte degli amministrati. La trasmissione tra azione amministrativa ed esigenze della città non è stata raccordata in alcuni settori da soggetti politicamente caratterizzanti, ovvero che avessero rapporti con la società. Forse quello è stato uno degli errori che si è aggravato per via dei problemi già citati. È una mia visione, dunque, non l’unica chiave di lettura possibile.

Fra i rumors si parla anche di aspiranti sindaci spinti dagli alleati a Roma. Ciò la preoccupa?

Non frequento i tavoli “romani”. Questa classe politica si è portata sulle spalle la responsabilità, causa anche di scherno e umiliazione, nonché di critiche serrate. Se dalle sezioni riunite dovesse arrivare una soluzione che dia una prospettiva sostenibile di risanamento dei conti e di una programmazione autonoma, credo che sia un risultato che deve essere ascritto a chi ha ricoperto ruoli di responsabilità nel governo della città. Ripeto, è una mia analisi, e l’importante è che da determinate logiche la città di Vibo venga tutelata.