Dietro le luci dei gratta e vinci e il suono ipnotico delle slot, si nasconde una ferita sociale che colpisce anche il territorio vibonese. Il nuovo dossier Azzardomafie di Libera, curato da Toni Mira, Maria Josè Fava, Gianpiero Cioffredi e Peppe Ruggiero, racconta un’Italia sempre più schiava del gioco d’azzardo: nel 2024 gli italiani hanno speso complessivamente oltre 157 miliardi di euro, e quasi 19 milioni di persone hanno tentato la fortuna tra sale bingo, slot machine e piattaforme online.

La Calabria non fa eccezione. Qui, la spesa complessiva ha superato i 5 miliardi e 768 milioni di euro, pari a una media di oltre 3.100 euro per abitante, bambini compresi. Una cifra impressionante per una delle regioni più povere del Paese.

Nel dettaglio, Vibo Valentia registra un volume di gioco di circa 135 milioni di euro, subito dietro a Reggio Calabria, Catanzaro e Cosenza. Numeri che raccontano un territorio dove la promessa di una vincita facile diventa spesso una trappola per chi vive condizioni economiche precarie.

Dietro le statistiche ci sono storie di famiglie in difficoltà, pensionati che si giocano la pensione e giovani che scommettono di nascosto. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia 1,5 milioni di persone sono già giocatori patologici, mentre altri 1,4 milioni si trovano in una situazione di rischio moderato. Ogni dipendente da gioco trascina con sé un’intera rete di persone colpite dalle conseguenze economiche, emotive e familiari della dipendenza.

«Dietro ogni slot o piattaforma online – ricorda don Luigi Ciotti, fondatore di Libera – ci sono esseri umani in difficoltà, famiglie che si sfaldano nel silenzio. Il gioco d’azzardo, in qualunque forma, è un inganno che specula sulla fragilità delle persone».

Il dossier sottolinea anche il ruolo crescente delle mafie nel business dell’azzardo. Tra il 2010 e il 2024 sono stati censiti 147 clan coinvolti nel settore, con la ’ndrangheta in prima linea. Ben 39 cosche calabresi, tra cui Alvaro, Arena, Bellocco, Pelle e Piromalli, hanno investito in sale scommesse, slot truccate e società di copertura, trasformando il gioco in una centrale di riciclaggio e usura.

Emblematico il caso di Gioacchino Campolo, il “re dei videopoker” reggino, cui sono stati confiscati beni per 330 milioni di euro. In Calabria, al 2024, risultano sette sale scommesse confiscate alle mafie.

«Nel Vibonese – sottolinea Giuseppe Borrello, referente regionale di Libera – la dipendenza dal gioco d’azzardo si intreccia con povertà e criminalità. È un problema sociale e culturale, non solo economico. Serve una risposta concreta della politica e della società civile».

Libera propone una serie di misure urgenti: mantenere l’autonomia regolamentare dei Comuni, vietare ogni forma di pubblicità del gioco, potenziare i controlli e ripristinare l’Osservatorio nazionale per il contrasto al gioco patologico presso il Ministero della Salute.

Ma, come conclude don Ciotti, «non bastano le leggi: serve un cambio di sguardo. Il giocatore non è un colpevole, ma la vittima di un sistema che alimenta la fragilità per farne profitto».