Si chiude una fase delicata e complessa per un noto imprenditore agricolo di San Pietro a Maida, che dopo settimane di restrizione della libertà personale torna pienamente libero. Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Lamezia Terme, Rosario Aracri, ha infatti disposto la revoca della misura cautelare degli arresti domiciliari che gravava sull’uomo dallo scorso 25 marzo, smontando pezzo dopo pezzo l’impianto accusatorio che lo vedeva inizialmente indiziato per il reato di usura.

L’inchiesta, condotta dai carabinieri della Compagnia di Girifalco e coordinata dalla Procura lametina, era nata dalle denunce di un altro imprenditore della zona. Quest’ultimo aveva descritto una situazione di vessazione economica, sostenendo di essere finito nella rete dei prestiti a tassi illeciti a causa di uno stato di profonda indigenza. A complicare la posizione dell’indagato era stato il rinvenimento, durante una perquisizione, di circa 130mila euro in contanti occultati in un annesso agricolo.

Tuttavia, il castello accusatorio ha iniziato a mostrare le prime crepe davanti al Tribunale del Riesame di Catanzaro, che aveva già annullato il sequestro del denaro, accettando le prove fornite dalla difesa sulla provenienza tracciabile e lecita di quelle somme, frutto dei proventi dell’attività agricola e non di proventi illeciti.

La svolta definitiva è giunta grazie al lavoro degli avvocati difensori, Aldo Ferraro e Antonio Procopio. Il collegio difensivo ha messo in campo una strategia basata su accertamenti tecnici e documentali che hanno ribaltato la narrativa della presunta vittima. Grazie all’apporto del consulente tecnico Antonio Andrea Miriello, sono state trascritte numerose intercettazioni telefoniche che erano state precedentemente trascurate o ritenute non influenti.

Questi dialoghi hanno rivelato una realtà opposta: non un prestito usurario, ma una controversia legata alla compravendita di un trattore mai consegnato all'indagato nonostante il pagamento effettuato. Le intercettazioni hanno inoltre svelato uno stile di vita del denunciante del tutto incompatibile con lo "stato di bisogno" dichiarato, minandone irrimediabilmente l’attendibilità.

Nel provvedimento di scarcerazione, il Gip ha accolto in toto le risultanze difensive, rilevando come la documentazione bancaria e gli atti acquisiti presso enti pubblici confermassero la versione dell’indagato. Secondo il magistrato, non sussistono più i gravi indizi di colpevolezza necessari per mantenere la misura cautelare. L’imprenditore di San Pietro a Maida, che si è sempre professato vittima di un inadempimento contrattuale e non un aguzzino, vede così riconosciuta la propria posizione, uscendo totalmente dal cono d'ombra delle misure restrittive.