Non escono dal carcere ma il verdetto della Corte d'Appello di Catanzaro dovrà essere riscritto. Le motivazioni della sentenza sulla cosca Patania di Stefanaconi, depositate dalla Cassazione, chiariscono l'iter processuale da seguire per colmare i “vuoti” esistenti nel verdetto dello scorso 21 febbraio.

I giudici di secondo grado avevano condannato Giuseppina Iacopetta (vedova del boss Nato Patania) a 14 anni di reclusione; i figli Giuseppe Patania a 16 anni, Salvatore e Saverio Patania, a 15 anni ciascuno; Nazzareno Patania, a 12 anni, e Bruno Patania, a 9 anni. Servirà un nuovo processo anche per altri imputati, ovvero per Caterina Caglioti (moglie di Nazzareno Patania, già condannata a 12 anni); Alessandro Bartalotta (10 anni) e Andrea Patania (9 anni) cugino dei cinque fratelli, tutti di Stefanaconi. Identica la strada che seguiranno anche Cristian Loielo e Francesco Lopreiato (entrambi condannati a 10 anni di reclusione). Giudicato inammissibile, invece, il ricorso presentato dal collaboratore di giustizia Nicola Figliuzzi, già condannato a 4 anni e sei mesi. Gli imputati sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa, usura, estorsione, danneggiamento, porto e detenzione di armi. Associazione mafiosa su cui la Cassazione pone l'accento evidenziando il mancato rinnovo delle prove dichiarative dei collaboratori di giustizia.

"Al riguardo la stessa Corte d’Appello, ha rilevato che gli stessi collaboratori hanno carattere di decisività, avendo la stessa affermato che le dichiarazioni rese da Nicola Figliuzzi, nel corso del dibattimento d’appello, costituivano un’ulteriore conferma di elementi probatori, già di per sé soli di “assoluta concludenza” del giudizio di condanna. Ne discende che la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Catanzaro, che valuterà la necessità di rinnovare l’istruzione dibattimentale alla luce dei principi dianzi affermati".