Il verdetto invocato dalla Procura Generale di Catanzaro è perentorio: carcere a vita. Si è chiusa così, con la richiesta del massimo della pena, la requisitoria nel processo d'Appello-bis a carico di Francesco "Ciko" Olivieri, il 39enne accusato di aver seminato il terrore tra Nicotera e Limbadi nel maggio di otto anni fa.

​Il cuore della battaglia legale resta la salute mentale dell'imputato. Dopo il rinvio disposto dalla Cassazione, il nuovo dibattimento si è concentrato su una complessa perizia psichiatrica disposta dalla Corte d'Assise d'Appello.
Per l'accusa, sulla base degli ultimi accertamenti tecnici, Olivieri sarebbe stato pienamente lucido e consapevole durante la sua furia omicida.
I legali dell'uomo continuano a sostenere una tesi opposta, basata su consulenze di parte che descrivono un soggetto incapace di intendere e volere al momento dei fatti.
​I fatti risalgono all'11 maggio 2018, una data impressa nella memoria della cronaca calabrese. In quella giornata, Olivieri imbracciò un fucile uccidendo Michele Valarioti e Giuseppina Mollese. L'azione non si fermò lì: il "raid" proseguì a Limbadi, dove rimasero ferite altre tre persone.
​Il movente, confessato dallo stesso imputato, affonda le radici nel passato: una spedizione punitiva nata dall'ossessione di vendicare il fratello Mario, assassinato oltre vent'anni prima, nel 1997.
​Oltre al duplice omicidio aggravato, il fascicolo a carico di Olivieri è pesantissimo:
​tentato omicidio plurimo, lesioni personali e danneggiamento e detenzione e porto illegale di armi.
​La parola passa ora alla difesa per le arringhe conclusive, prima che la Corte si ritiri in camera di consiglio per la sentenza che scriverà un nuovo capitolo di questa drammatica vicenda giudiziaria.