Un piano organizzato nei dettagli, una trappola studiata per attirare le vittime e un agguato che si trasforma in scontro armato. È questa la ricostruzione del tentato omicidio di Vincenzo e Alessio Sabatino e di Salvatore Emmanuele, così come emerge dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Walter Loielo, confluite nell’ambito dell’inchiesta “Jeracarni” che ha portato gli uomini della Polizia a notificare 54 misure cautelari vergate dal gip Arianna Roccia su richiesta della Dda di Catanzaro contro la ‘ndrina “Emanuele-Idà”, attiva nelle Preserre vibonesi. 

Secondo quanto riferito da Walter Loielo, l’azione violenta sarebbe maturata all’interno di contrasti tra gruppi contrapposti, con l’obiettivo preciso di eliminare i cugini Vincenzo Sabatino e Alessio Sabatino, ritenuti appartenenti a un gruppo vicino agli Emmanuele, insieme a Salvatore Emmanuele.

Il collaboratore racconta che lui, insieme ad altri soggetti tra cui Valerio Loielo, avrebbe organizzato un piano per attirare le vittime in un luogo isolato. L’idea era quella di condurre Vincenzo Sabatino presso un’abitazione, utilizzando un pretesto, per poi tendere un’imboscata che avrebbe coinvolto anche gli altri bersagli. Per facilitare l’operazione, il gruppo si sarebbe avvalso della collaborazione inconsapevole di un terzo soggetto, che avrebbe dovuto aprire la porta di casa e permettere l’ingresso. Tuttavia, qualcosa va storto: la situazione degenera prima che il piano possa concretizzarsi pienamente e l’azione viene interrotta.

La tensione, però, non si placa. Nel racconto di Loielo, dopo aver rinunciato alla trappola, il gruppo si rimette in viaggio. È durante il tragitto di ritorno che avviene l’episodio più grave: un’auto sospetta inizia a seguire il loro veicolo. Poco dopo, secondo la ricostruzione, partono dei colpi d’arma da fuoco.

Gli spari colgono il gruppo di sorpresa, impedendo una reazione immediata. L’arma che avevano a disposizione, una pistola già presente nell’auto, non viene nemmeno impugnata in tempo utile. L’agguato si consuma in pochi istanti, segnando un’escalation violenta all’interno di una faida già in atto.

Dalle dichiarazioni emerge anche un clima di forte ostilità pregressa, alimentato da dissidi personali e tensioni legate ai rapporti tra i gruppi. In particolare, vengono citati precedenti attriti e minacce che avrebbero contribuito a innescare il progetto omicidiario.

La vicenda, così come ricostruita dal collaboratore, restituisce uno spaccato crudo di dinamiche criminali radicate sul territorio, fatte di alleanze, rivalità e azioni pianificate con estrema lucidità, ma spesso destinate a sfuggire di mano, degenerando in episodi di violenza incontrollata.

Nel verbale, Loielo descrive in maniera dettagliata la genesi del piano e le tensioni che lo hanno preceduto: «Quando parlo di “noi”, con riferimento al nostro gruppo, faccio riferimento a Rinaldo Loielo, Valerio Loielo, mio fratello Cristian, me, Alex Nesci, Nicola Ciconte, Pasquale De Masi, il cugino di Alex, Giovanni Nesci, i tre fratelli Enrico, Bruno e Salvatore Lazzaro».

E ancora, chiarendo il contesto di contrapposizione: «Quando parlo dei nostri avversari faccio riferimento a Gaetano e Bruno Emanuele, ai fratelli Zannino […] i fratelli Salvatore e Giovanni Emanuele […] poi ci sono Tassone Domenico, suo fratello Simone, Alessio Sabatino e suo cugino Vincenzo […]».

Il passaggio più delicato riguarda però l’organizzazione concreta del tentato omicidio. Loielo, nel corso dell’interrogatorio, afferma: «Nella foto n. 17 riconosco Vincenzo “Portobello”, di cognome Sabatino. Con questo soggetto ho avuto una lite poiché prendevano in giro Loielo Valerio […] Quindi io, Valerio, Rinaldino ci organizzammo per andare sotto casa e portarlo via a casa nostra dove avremmo organizzato una trappola per attirare anche gli altri (suo cugino Alessio e Salvatore Emanuele) per ucciderli tutti quanti».

Un piano che, secondo il racconto, prevedeva un’esecuzione collettiva: «Portammo con noi tale Domenico Paniconi […] poiché avrebbe sicuramente aperto la porta di casa, ma giunti là […] decidemmo di finirla là sotto».

La situazione però evolve rapidamente in un agguato improvviso durante il rientro: «Mentre tornavamo a casa […] ci rendemmo conto che c’era una Fiat 500 che ci seguiva […] subito dopo la curva ci hanno sparato; non abbiamo avuto neanche il tempo di estrarre la nostra pistola».

Infine, Loielo riferisce anche del clima di minacce che precedeva l’episodio: «Valerio aveva detto che se lo avesse incontrato di nuovo lo avrebbe sparato in mezzo al paese».

Le dichiarazioni restituiscono un quadro drammatico, fatto di violenza pianificata e di escalation improvvise, inserito in una faida caratterizzata da rivalità radicate e rapporti tesi tra gruppi criminali. Un racconto che, oltre a delineare i contorni del tentato omicidio, offre uno spaccato significativo delle dinamiche interne e dei meccanismi decisionali che regolano questi contesti.