Il randagismo continua a rappresentare una delle emergenze irrisolte in Calabria. A confermarlo è il XV Rapporto nazionale “Animali in Città” di Legambiente, che evidenzia come il fenomeno abbia cambiato volto negli ultimi anni, ma resti ancora lontano da una soluzione definitiva.

Se in passato il problema era spesso legato agli abbandoni stagionali, oggi a incidere maggiormente sono altri fattori: la nascita incontrollata di cucciolate in ambito domestico, il mancato inserimento dei cani nell’anagrafe canina, il commercio online non adeguatamente monitorato e una diffusa carenza di consapevolezza da parte dei proprietari.

Il quadro regionale resta complesso. Nell’indagine 2026 hanno partecipato sei Comuni calabresi inseriti nella graduatoria nazionale composta da 447 enti, ma nessuna amministrazione raggiunge livelli di eccellenza. Un dato che, secondo Legambiente, riflette non solo le difficoltà dei singoli Comuni, ma anche le fragilità di un sistema che necessita di maggiore coordinamento, risorse e programmazione.

Tra le realtà monitorate spicca anche Vibo Valentia, che insieme a Rende e Crotone raggiunge una valutazione definita sufficiente. Un risultato migliore rispetto ad altri Comuni calabresi analizzati, ma che non cancella la necessità di interventi più incisivi per affrontare un fenomeno ancora molto presente sul territorio.

La situazione resta infatti condizionata da diversi ostacoli: risorse economiche limitate, competenze distribuite tra più enti e difficoltà operative soprattutto nei piccoli centri, che rappresentano oltre l’80% dei Comuni calabresi.

Secondo Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria, il randagismo nella regione nasce dalla combinazione di più criticità: «La carenza di campagne diffuse di sterilizzazione, gli abbandoni frequenti e l’insufficienza dei controlli sul territorio continuano ad alimentare il problema». A pesare, inoltre, sarebbero anche la scarsa applicazione dell’obbligo del microchip e il sovraffollamento delle strutture di accoglienza.

Per l’associazione la prevenzione resta la strada principale. La sterilizzazione degli animali, accompagnata da un sistema efficace di identificazione e registrazione, viene indicata come lo strumento più importante per ridurre il numero di cani randagi e limitare il ricorso ai rifugi.

Legambiente chiede quindi una revisione concreta della normativa regionale, con l’obiettivo di superare una gestione basata sull’emergenza e costruire una rete stabile che coinvolga Regione, Comuni, Aziende sanitarie, scuole e associazioni.

Tra le proposte avanzate figurano il potenziamento dell’anagrafe canina, campagne permanenti e gratuite di sterilizzazione, maggiori controlli sulle strutture di vendita e una formazione di base per i cittadini che scelgono di adottare un cane.

L’associazione propone inoltre una diversa organizzazione delle responsabilità: alle Aziende sanitarie dovrebbe spettare la fase sanitaria iniziale, dalla cattura alla quarantena, mentre ai Comuni la gestione dei canili rifugio, delle adozioni e delle attività di sensibilizzazione.

Il rapporto evidenzia anche il peso economico dell’emergenza: la spesa pubblica destinata al settore è diminuita, mentre nei canili dei Comuni partecipanti restano migliaia di animali ospitati per lunghi periodi.

Il messaggio lanciato da Legambiente è netto: affrontare il randagismo solo quando diventa emergenza non è sufficiente. Investire in prevenzione, responsabilizzazione dei proprietari e collaborazione tra istituzioni può rappresentare la soluzione per costruire un modello più efficace anche in Calabria e nel territorio vibonese.