"Il ministro dei Lavori pubblici della ‘ndrangheta vibonese". Così il collaboratore di giustizia Andrea Mantella definisce Gregorio Giofrè, 57 anni, esponente di spicco del locale di San Gregorio d’Ippona catturato dai carabinieri nel cuore della notte al termine di una serie di ricerche durate quasi sei mesi. Un collettore di estorsioni per la cosca d’appartenenza ma anche una sorta di "mediatore" specializzato nel favorire accordi spartitori tra tutti i clan operanti nella provincia di Vibo. Era sfuggito all’arresto all’alba del 19 dicembre scorso, il giorno della maxi operazione, coordinata dalla Dda di Catanzaro, con il nome in codice di “Rinascita-Scott” che portò alla cattura dei principali boss della 'ndrangheta vibonese.

Gregorio Giofrè

Il profilo. Nell’ambiente criminale è conosciuto con due soprannomi: “Nasone” e “Ruzzu” (inteso come diminuitivo di 'Gregoruzzu') ma anche come il genero di Rosario Fiarè (ha sposato la figlia), l’ormai anziano boss di San Gregorio d’Ippona, uno dei feudo della criminalità organizzata della provincia di Vibo. Nelle scala gerarchica dei “sangregoresi” viene subito dopo coloro che vengono indicati come gli attuali capi, appena dietro a Saverio Razionale e a Gregorio Gasparro. Tutti insieme formano la cosca “Fiarè-Razionale-Gasparro” che in provincia di Vibo è seconda per potenza solo ai Mancuso di Limbadi. Con Razionale e Gasparro in carcere, Giofrè avrebbe assunto le redini del clan e da ministro dei Lavori pubblici si sarebbe trasformato nel “nuovo” boss del locale. Nuovo solo per via delle vicissitudini giudiziarie che hanno colpito gli altri sodali del clan perché il nome di Giofrè è ben noto agli inquirenti da almeno due decenni. Assolto dall'accusa di associazione mafiosa nel processo sfociato dall'operazione "Rima", il 57enne di San Gregorio d'Ippona è da sempre considerato un esponente di spicco del locale dove è nato ed è cresciuto ufficialmente come piccolo imprenditore di provincia.

La cattura ed il silenzio. Come tutti i veri capi non si era mosso dal proprio territorio. I carabinieri del Ros e del Nucleo investigativo di Vibo Valentia lo hanno individuato in una casa di campagna, lontana dal centro abitato, all’interno di un antico frantoio video sorvegliato e non facile da raggiungere. Lo Squadrone dei Cacciatori ha impiegato quaranta minuti per arrivare in piena notte sul luogo X e lo ha fatto muovendosi a piedi, senza destare alcun sospetto. Tant’è che Giofrè non si è accorto di nulla e quando i carabinieri hanno fatto irruzione nell’abitazione rurale dove si nascondeva lui stava tranquillamente dormendo. Ha fatto solo in tempo ad aprire gli occhi e a vedersi circondato dai militari in tuta mimetica, armati fino ai denti e a volto coperto. Ha subito capito che la sua latitanza era finita. Per evitare il carcere aveva preferito isolarsi in un’abitazione spartana di trenta metri quadrati: una camera da letto, un bagno e una piccolissima cucina. Nessuna arma ma solo un po’ di denaro per mantenere la latitanza e permettere ai suoi fiancheggiatori di assisterlo in tutto e per tutto. Le indagini proseguono lungo questa direttrice per capire chi ha favorito la sua latitanza in questi sei mesi di ricerche. Ai carabinieri che gli hanno messo le manette ai polsi non ha detto nulla. Bocca cucita, nessuna parola sfuggita. Niente di niente lungo tutto il tragitto a tappe che lo ha portato in una cella del carcere di Vibo Valentia.

I pentiti Mantella e Moscato

Le accuse dei pentiti. La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, lo accusa di associazione mafiosa ed estorsione e lo descrive come l’esattore per conto dei clan vibonesi. Un’accusa rafforzata dalle dichiarazioni fornite agli inquirenti dai pentiti Andrea Mantella e Raffaele Moscato. “Funge da punto di contatto tra le varie consorterie per le messe a posto nel territorio vibonese”, dicono di lui i collaboratori di giustizia che lo inquadrano al centro di un complesso sistema di imposizione e raccolta delle estorsioni consolidato e divenuto automatico nel corso degli anni. Un vero e proprio “sistema” con il quale parte della storica imprenditoria vibonese (in alcuni casi, per paura, derivante dagli attentati o dalle minacce inizialmente subite, in altri, per pura convenienza) da vittima della ‘ndrangheta è diventata attrice connivente.

'Ndrangheta ed imprenditoria. Nelle carte di “Rinascita-Scott”, il nome di Giofrè finisce spesso per essere associato ad alcuni dei più grossi imprenditori vibonesi, vittime e collusi. “E’ colui – ribadisce a più riprese Mantella – che chiudeva le estorsioni. In particolare l’imprenditore minacciato lo contatta, o contatta altri intermediari, gli intermediari si rivolgono al soggetto che ha fatto l’attentato e poi si concorda il prezzo con l’imprenditore, prezzo che viene diviso tra l’intermediario e l’attentatore, che ne prende una parte maggiore”. Il suo intervento è spesso risolutore. “A Vibo – riferisce Moscato - l’80% dei soldi delle estorsioni, per tutti i gruppi, ovvero per i Piscopisani, per i Patania, per i Mancuso e per le altre famiglie, li ritira tale 'Nasone' di San Gregorio d’Ippona, con nome o diminutivo del nome 'Ruzzo'… E’ il genero di Rosario Fiarè e cugino di Michele Fiorillo, alias Zarrillo… il fatto che questo Nasone raccogliesse i soldi per tutti, compreso Luni Mancuso Scarpuni mi è stato detto da Rosario Battaglia; Nasone è un criminale di spessore che, passando per imprenditore, ha maggiori rapporti con gli imprenditori vittime di estorsione; una parte di ciò che raccoglie va anche a lui”.

Rinascita Scott, blitz dei carabinieri a San Gregorio: catturato il latitante Giofrè (VIDEO)
Nella notte, i Carabinieri del Ros, del Comando Provinciale di Vibo Valentia e dello Squadrone Eliportato Cacciatori di ...