Una strada che somiglia a un campo di battaglia, un cratere che attende la prossima vittima e, sopra ogni cosa, un silenzio istituzionale che urla più delle proteste dei cittadini. Sabato mattina, all'altezza dell'ex Italcementi, la comunità di Vibo Marina si è ritrovata per un flash mob sulla sicurezza stradale, ma il grande assente è stato proprio il Comune di Vibo Valentia.

Nonostante il grido d'allarme lanciato da tempo e la memoria ancora fresca di tragedie che nessuno può permettersi di dimenticare, dalle stanze del potere cittadino non è arrivato alcun segnale di vicinanza. Anzi, nelle ultime ore, l'Amministrazione si è affrettata a sollevare lo scudo di una sentenza che individuerebbe nella Provincia la competenza su quel tratto di arteria. «Un alibi tecnico che però non cancella il dato politico e umano: il Comune non c'era». 

«Richiamare una sentenza non può diventare una giustificazione per l’indifferenza», tuona Gianni Aracri, organizzatore della manifestazione. Il punto non è solo chi debba tappare quel buco, ma chi debba ascoltare i cittadini. Secondo i manifestanti, «chi ricopre un incarico istituzionale non può trincerarsi dietro un "non è un problema mio" quando in gioco ci sono vite umane».

La critica si sposta poi sulla gestione complessiva del territorio: «Se per l'ex Italcementi la colpa è della Provincia, di chi è la responsabilità delle strade comunali ridotte ormai a mulattiere? Anche per le voragini che costellano i centri abitati esiste forse una sentenza che sposta altrove l'obbligo di intervento?».

L'assenza dei rappresentanti comunali pesa come macigno. «Ai cittadini non sono stati chiesti miracoli, ma il minimo sindacale della politica: la presenza, il rispetto, l'ascolto. La scelta di non esserci è stata interpretata come un atto di profonda distanza dalla sofferenza e dai rischi reali che la gente corre ogni giorno».

Per questo motivo, la protesta si trasforma in una richiesta formale di assunzione di responsabilità: «Chi ha dimostrato tale distanza dovrebbe fare una seria riflessione sul proprio ruolo e valutare le proprie dimissioni», conclude Aracri. Il messaggio è chiaro: la sicurezza non è un cavillo burocratico, è un dovere. «E chi scappa davanti a una buca non può pretendere di rappresentare una comunità».