Estorsione mafiosa, la testimone: Stillitano ci chiedeva soldi e ci minacciava
Nel processo "Atlantide" contro i clan di Gioia Tauro sentita la proprietario del canile che accusa il presunto affiliato ai Piromalli
Da un “amico” erano stati portati da un estortore e da un usuraio. Da lì l’inizio di un calvario durato quattro anni, nei quali avrebbero corrisposto circa 65mila euro per potere continuare a lavorare. È una delle tante storie che si scoprono tra le pieghe dell’inchiesta “Atlantide”, operazione della Dda di Reggio Calabria contro una costola della cosca Piromalli incentrata sulla faida di Gioia Tauro del 2005.
Il ruolo di Stillitano Tra gli imputati accusati a vario titolo di omicidi, tentati omicidi e una serie di altri reati, ci sono anche Rocco Ivan Stillitano e suo figlio Giuseppe. L’udienza di ieri è stata incentrata proprio su di loro. Chiamata sul banco dei testimoni l’imprenditrice Enrica Raschiellà che insieme al compagno Carlo Pulice dirigeva un canile a Gioia Tauro. Secondo il racconto della donna, l’alluvione del 2008 aveva distrutto il canile e, per questo motivo, Pulice aveva dovuto cercare un nuovo terreno per rimettere in piedi la sua attività. Un suo “amico”, Salvatore “Toni” Stanganelli, lo avrebbe indirizzato verso un terreno in contrada Sovereto, nel secondo stradone di località Bosco. Una zona da sempre conosciuta come feudo delle cosche Piromalli e Molè.
L'estorsione Quel terreno, secondo quanto dichiarato dalla Raschiellà, è di proprietà della madre di Rocco Ivan Stillitano che, secondo contratto di affitto, aveva una procura per andare a riscuotere l’affitto mensile di 1000 euro al mese. Un accordo stipulato attraverso un contratto regolarmente registrato. La donna ha spiegato che la sua relazione con Pulce era iniziata a maggio 2009 e, da quella data, aveva iniziato a investire nel canile rilevando fino alla metà delle quote. «La cosa che mi sembrò strana – ha dichiarato in aula – è che nonostante investissi molti soldi, quei soldi scomparivano. Carlo mi confessò che prima della mia comparsa si era fatto dare tramite quest’amico, Stanganelli, un prestito a usura. Io gli diedi i soldi per chiudere quel prestito». Il pm Giulia Pantano non ha fatto proseguire oltre sulla questione dell’usura perché ha detto che sulla vicenda c’è un’indagine in corso da parte della procura antimafia.
Richieste continue I problemi, però, non finirono lì. «Da 2010 – ha aggiunto la donna – Stillitano cominciò a aumentare la sue richieste. Oltre i 1000 euro regolarmente fatturati ne chiedeva altri 2500. Quando eravamo in difficoltà ci chiudeva i cancelli dell’azienda impedendo agli operai di entrare». Rocco Ivan Stillitano mandava spesso suo figlio a prendere i soldi. Denaro che sarebbe stato chiesto in continuazione e per i motivi più disparati: per sposare la figlia, per le vacanze e anche per pagare le bollette. «Avevo aperto un conto alla Bnl di Reggio e non a Gioia per non fare sapere quando avevamo disponibilità economica». Una precauzione che pare non sia servita a niente: «Il comune di Reggio Calabria – ha detto la donna – ci liquidò una grossa somma. Dopo pochissimo arrivò Giuseppe Stillitano a dirci: “per noi non c’è niente?”». E quando si rifiutarono di assumere Giuseppe Stillitano, il padre arrivò a chiedere 5mila euro al mese. La mediazione di Stanganelli avrebbe fatto scendere le pretese a 3.700 euro mensili.
