Nessuna celebrazione eucaristica si svolgerà oggi presso la Villa della Gioia di Paravati in occasione del compleanno di Mamma Natuzza, la mistica con le stimmate scomparsa il primo novembre del 2009.

Nonostante non siano più in vigore i divieti di culto che erano stato a suo tempo emessi dal vescovo Luigi Renzo - quale primo importante passo dell’intesa stipulata a Roma, tra la Curia vescovile di Mileto e la stessa Fondazione, che ha di fatto messo fine alle ostilità - per via della pandemia che non è affatto scomparsa, la prudenza ha consigliato di evitare di promuovere qualsiasi tipo di evento che inevitabilmente avrebbe richiamato presso la Villa della Gioia migliaia di persone. Un scelta saggia e necessaria. Quanti lo desiderano, potranno comunque, in ogni caso raggiungere la Fondazione, visitare la grande chiesa e pregare, muniti di mascherina e a gruppi di tre, davanti alla tomba della Serva di Dio, così come stanno facendo già in tanti in questi giorni con le dovute precauzioni. Le visite possono effettuarsi dalle nove alle venti

Ed ora per ricordare la nascita di Natuzza Evolo riprendiamo uno dei capitoli del libro scritto nel 2014 da Vincenzo Varone (Adhoc edizioni) e di cui sono state diffuse migliaia di copie, dal titolo Sotto il Cielo di Paravati.

“E’ il 23 agosto del 1924, 235° giorno del calendario gregoriano quando in una casa di Paravati, piccolo borgo del Comune di Mileto segnato dall’abbandono e dalla fame, nasce Fortunata Evolo. ”Vivrà solo pochi giorni”,disse con aria preoccupata, affranta e nello stesso tempo rassegnata la levatrice guardandola negli occhi. Dello stesso avviso si mostrò la zia materna Caterina Valente. Il giorno dopo la bimba ricevette con il consenso della madre Filomena Maria Angela Valente, poco più che ventenne e degli altri parenti, tra cui il nonni materni Antonino Valente e Giuseppina Rettura, il battesimo nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, il luogo dell’incontro,della preghiera e della fede di tante generazioni di paravatesi.
Ma il mistero che circonda la vita di ogni uomo è infinito e imperscrutabile. Nessuno può prevederne il corso degli eventi. Ed ovviamente neppure i testimoni di quella nascita apparentemente uguale a tante altre potevano minimante immaginare in quel giorno afoso e silenzioso di quell’estate anonima e senza alcun sapore il percorso unico e irripetibile al servizio del bene e dei tanti cercatori di Dio che avrebbe caratterizzato il corso della vita di quella bimbetta indifesa e bisognosa di cure.
Nessuno in quella casa, che si affacciava sull’allora polverosa via Umberto, dove le insolenti zanzare provenienti dal fiume Mesima spuntavano da ogni angolo, poteva accorgersi che Dio e la Madonna- che agiscono sin dall’inizio del creato, attraverso l’alito dello spirito- avevano posto insistentemente il loro sguardo e si erano, quindi, gioiosamente fermati per scegliere la loro inconsapevole Messaggera.
Giusto in quello stesso periodo, il padre della nascitura, di nome anche lui Fortunato – esattamente come il Santo martire cristiano tanto caro ai miletesi e di cui nella Chiesa Cattedrale si conservano dai tempi antichi i resti venerati da tutti i fedeli - come tanti altri paravatesi, per sfuggire a quegli anni di buio e di cupo dolore, era partito per l’Argentina, una terra che agli occhi dei calabresi di quel tempo era decisamente meno distante da Roma capitale, tutta presa già sin da allora dai suoi intrighi di potere che da che mondo e mondo non hanno né colore, né epoche e neppure eroi da portare come esempio alle nuove generazioni. Una fuga disperata quella del giovane compagno di Maria Filomena Valente dalla terra delle alluvioni e dei terremoti che Giustino Fortunato, meridionalista convinto e intellettuale attento e rigoroso, giusto alcuni anni prima ebbe a definire: “Sfasciume pendulo sul mare”.
Quello del bracciante agricolo Fortunato fu un addio doloroso, in compagnia della classica valigia di cartone e con poche lire in tasca, giusto quelle necessarie per trovare asilo presso una nuova patria meno distante da quella Calabria padronale, sfruttata e povera in canna e di cui ancora oggi i suoi abitanti pagano dazio, perché è soprattutto dalla disperazione che nasce la violenza e che si replicano a dismisura l’arroganza e l’arbitrio e perché è dalle assenze, favorite dai potentati locali sempre vivi e vegeti e pronti a sposare nuove cause interessate, che nasce nella gente onesta e laboriosa la nausea per lo Stato e per le sue articolazioni. Alla faccia delle tante analisi che spesso altro non sono che considerazioni di comodo della cultura salottiera in giacca e cravatta che per anni ha fatto finta di vedere solo quello che voleva e non la fastidiosa e insidiosa realtà delle cose, di cui solo la statura letteraria di Corrado Alvaro, Fortunato Seminara, Mario La Cava e del più giovane Saverio Strati e la penna poetica e dolorosa di Francesco Costabile riusciranno a cogliere negli anni a venire i tratti salienti del dramma e dell’abbandono. Ma questa è un’altra storia”.