Agostino, dell'associazione Abc, interviene rispetto alla decisione assunta dal Parlamento europeo di autorizzare l’importazione senza dazi di una quota aggiuntiva di 35 mila tonnellate di olio di oliva dalla Tunisia.

di MAURIZIO AGOSTINO (associazione Agricoltura biologica Calabria - Abc)

Sento di dover spendere una voce “fuori dal coro” di fronte alla tempesta mediatica esplosa sulla decisione presa dal Parlamento europeo di autorizzare l’importazione senza dazi di una quota aggiuntiva di 35 mila tonnellate di olio di oliva dalla Tunisia. Si tratta in verità di un provvedimento di vera e propria cooperazione allo sviluppo, atteso che la filiera olivicola rimane oggi una delle poche attività che in quel paese può determinare crescita economica e stabilità democratica. Eventualità auspicabili anche per noi.
Ma tant’è… questa motivazione non ha placato le ire dei rappresentanti delle organizzazioni olivicole di carta, di grandi esperti di olio, chef e politici antitutto.
Fra i tanti che oggi gridano allo scandalo, ci sono quelli che davanti alle scene di migliaia di donne, bambini ed uomini tunisini e di ogni altra terra martoriata dalla guerra e dalla fame, si scagliano contro le azioni di accoglienza umanitaria ed urlano “aiutiamoli a casa loro!”.

Ecco oggi questa quota di importazione è un gesto concreto di aiuto! Ma la serietà e la coerenza non sono qualità che abbondano in questo tempo… La forsennata protesta, pur tuttavia, non trova giustificazione nemmeno nei numeri macroeconomici. Dai dati ufficiali disponibili, emerge una realtà ben diversa da quella sbandierata in queste settimane.
Prima di ogni cosa la quota autorizzata per 2 anni l’importazione nell’intero territorio europeo ammonta a circa 100-120 milioni di euro (valore dell’intera quota all’immissione sul mercato), a fronte di più di 8 miliardi di euro di consumi complessivi! Solo in Italia si produce annualmente olio per circa 300 mila tonnellate (sommando tutte le tipologie previste dalle norme), con una valore di mercato ben oltre il miliardo di euro. Ne consumiamo almeno il doppio (Istat).

Quindi l’Italia oltre che essere fra i primi produttori è anche il primo importatore, ogni anno 600 mila tonnellate circa, gran parte proveniente dalla Spagna e dalla Grecia. Un volume di affari di quasi due miliardi di euro. E siamo anche fra i principali esportatori, con circa 3-350 mila tonnellate di olio all’anno (Eurostat). Vi è da aggiungere che la maggior parte delle transazioni import/export di olio di oliva nell’UE avvengono fuori dal regime doganale europeo. Per intenderci una centrale di imbottigliamento di oli di oliva in Italia che importa direttamente olio extra europeo e lo confeziona per rivenderlo poi fuori dalla stessa Europa, non paga dazio. Forse è qui che si dovrebbero approfondire meglio i ragionamenti e mettere a punto strategie concrete di intervento … ma è meglio gridare al nemico straniero, piuttosto che guardare in casa propria.

Ci sono insomma sufficienti argomenti per affermare che con la nuova quota autorizzata l’olio Tunisino sarebbe ancora del tutto marginale nell’ambito dell’import/export del settore e non andrà certo a modificare quella che è la situazione del comparto olivicolo europeo, tanto meno di quello italiano. In diversi mettono anche sul tavolo della discussione (si fa per dire) anche il tema della sicurezza alimentare e delle frodi, affermando che un aumento dell’import favorirebbe ingressi di prodotti poco sicuri ed oggetto di maldestre sofisticazioni. Questa poi è una tesi francamente singolare e (mi sia permesso) quasi esilarante. L’ingresso di prodotto irregolare (cioè non conforme ai requisiti delle leggi europee) e l’uso di questo nei circuiti delle sofisticazioni e delle frodi alimentari è favorito proprio dalle limitazioni doganali alle frontiere. Aumentando le possibilità di importazione legale, si accrescono invece le possibilità di azione dei canali ufficiali di controllo, che da noi sono all’avanguardia per capacità ed efficacia.

Se poi si vuole porre davvero la questione dell’olio tunisino acquistato come tale e “naturalizzato” italiano, che tanto danno fa davvero alla nostra olivicoltura, si deve riconoscere che è cosa ben diversa di un contingente di import autorizzato a livello europeo. Si ponga allora la questione nella maniera più giusta e corretta, accrescendo gli investimenti di presidio e controllo delle transazioni commerciali e del territorio!
Ma poi viene anche da chiedere… chi sono i protagonisti delle sofisticazioni e delle frodi? I produttori Tunisini o pezzi deviati delle filiere (centrali di distribuzione comprese), che sono proprie del nostro paese e del continente europeo nel complesso? Ma la riflessione non finisce qui. Nella sola regione Calabria ogni anno vengono erogati (a volte con un certo ritardo dobbiamo ammetterlo) contributi Europei diretti ai redditi agricoli per un ammontare di circa 100 milioni di euro. Di questi gran parte sono riferibili ad attività olivicole. Nella provincia di Reggio Calabria vi sono oliveti che percepiscono aiuti (in gergo si chiamano “titoli”) di oltre 5 mila euro ad ettaro! Sono queste le derivazioni dei regimi di aiuto europeo alla produzione ed al mercato dei prodotti olivicoli che, dagli anni ’70, hanno inteso ‘sostenere’ il comparto. Senza però evitare tanti fenomeni di drenaggio smisurato di risorse pubbliche (leggi “Modelli F”), corruzione e malaffare. Quelli che sono i titoli di oggi, sono il risultato anche di questi fenomeni di un tempo, impossibili da scovare e sradicare alla luce del sole (sic!).

Non vi sono stati solo aiuti diretti ai produttori in questi anni. Dal 2006 ad oggi ad esempio solo in Italia sono stati stanziati e spesi decine e decine di milioni di europer progetti destinati alle organizzazioni olivicole per “monitoraggio, tracciabilità della qualità dell’olio d’oliva e diffusione delle informazioni”. A fronte di queste innumerevoli impieghi di risorse pubbliche (già ragguardevoli per la sola nostra regione, si immagini per l’intero comparto nazionale…) sovvengono tante domande. Quale è stata la ricaduta in produzioni olivicole di qualità ottenibili con costi competitivi? Quanto olio extra vergine di oliva è stato realmente caratterizzato, certificato e garantito al consumatore? Quante di queste risorse sono state impiegate per qualificare i processi di produzione ed eliminare davvero concimi inquinanti, pesticidi ed erbicidi ancora imperanti sul territorio olivicolo italiano? C’è una riduzione degli impieghi che può essere dimostrata? Per non parlare poi della capacità delle organizzazioni economiche di settore a concentrare realmente il prodotto … quanto olio extravergine di qualità è stato commercializzato dalle organizzazioni nazionali dei produttori? In assenza di una risposta a queste domande, nulla possiamo dire ed imputare in fatto di qualità degli oli ai nostri amici Tunisini, che di contributi pubblici come i nostri non ne hanno mai visto! Ci sono elementi abbastanza per richiedere un diverso approfondimento in materia di sviluppo olivicolo, dalla produzione in campo fino al post-consumo. Dobbiamo per forza di cose avere la forza di guardare oltre il nostro ombelico, per esempio allo scenario mondiale dei prossimi 20 anni.

In questo contesto il comparto si deve confrontare con una tendenza dei consumi mondiali dell’olio di oliva in espansione, più di quanto succederà a casa nostra (che di olio ne consumiamo già molto). Tanto è vero che vi sono altre aree del pianeta che stanno convertendosi alla coltivazione olivicola (Australia, Sudamerica, Cina…), già vorticosamente in aggiunta ai tradizionali oliveti del Bacino Mediterraneo, dove l’olivo è nato. A queste considerazioni si aggiungano le tendenze sui consumi alimentari, che fra le drammatiche contraddizioni moderne, vedono emergere e diffondersi a livello mondiale il valore fondamentale della dieta mediterranea. In questo ampio contesto sono i popoli mediterranei degli oliveti e dei frantoi che possono spiegare al mondo le vere qualità e tipicità degli oli extra vergini di oliva, che abbiamo da noi dalle origini della civiltà contadina. Allora logica vorrebbe che invece di considerare a priori come propri nemici o antagonisti i nostri dirimpettai tunisini (o marocchini, algerini e via dicendo), si possa stabilire con questi una politica cooperativa di caratterizzazione qualitativa dei tanti oli di oliva, ognuno con la sua storia e con le sue peculiarità, ma con una comune identità di riferimento data dal nostro mare comune. E’ l’identità del prodotto, improntata su principi di rispetto dell’ambiente, della salute e della dignità delle persone, accompagnata da una corretta informazione dei consumatori, che può determinare lo sviluppo della nostra olivicoltura, insieme a quella dei popoli a noi vicini. Olio extra vergine biologico, tipico, solidale (quindi anti ndrangheta o mafia che sia), con il giusto prezzo, nutraceutico, da oliveti secolari (o comunque di un paesaggio di pregio)…. sono questi i veri argomenti che abbiamo per arginare gli interessi delle oligarchie dell’industria e delle distribuzione (GDO) multinazionali, che proprio sulle divisioni fra i produttori agricoli fondano le loro strategie di produzione distruttive ed anonime, a vantaggio solo dei loro profitti. E da operatori del settore dovremmo proprio augurarci che sia proprio una buona produzione di olio di oliva a dare finalmente inizio alla pace, alla prosperità ed alla coesistenza di tutti i popoli del Mediterraneo!