Le dieci ragioni per le quali il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sbagliato
Nel massimo rispetto della figura istituzionale del Capo dello Stato, ci sono almeno dieci ragioni per dubitare della correttezza del suo operato
di ALESSANDRO DE SALVO
Pur rispettando assolutamente la figura istituzionale del Presidente della Repubblica, ci sono almeno dieci ragioni per dubitare della correttezza del suo operato in merito alla mancata nascita del nuovo Governo.
Il potere di nomina dei ministri. Secondo uno dei più diffusi (se non il più diffuso) manuali di diritto costituzionale nelle Università italiane, il Martines, il presidente della Repubblica non ha alcun margine di discrezionalità nella scelta dei ministri, demandata al Presidente del Consiglio. Sempre sul Martines si legge altresì che la nomina dei ministri è un atto solo formalmente presidenziale, se il proponente insiste nel volere il provvedimento, il presidente non può rifiutarsi di sottoscriverlo.
Il processo di nomina dei ministri. A chiarire la logica del sistema è sul "Fattoquotidiano" uno dei più illustri costituzionalisti viventi, il professore Valerio Onida, già presidente della Corte Costituzionale, di cui riportiamo il virgolettato: “Il presidente della Repubblica ha fatto un lungo giro di consultazioni per verificare l’esistenza di una maggioranza. Alla fine la maggioranza è emersa: i suoi esponenti hanno concordato una certa ipotesi di governo, invocando rigidamente la necessità di nominare Savona. Di fronte a questo il Capo dello Stato si è opposto per ragioni politiche, non personali. A mio parere Mattarella è andato contro l’idea che il nostro sistema è un sistema parlamentare. Se Mattarella avesse avuto obiezioni in merito al programma di governo, avrebbe potuto farlo presente, rilevando aspetti di incostituzionalità. Ma non si è opposto per nulla al contratto di governo. Si è opposto solo a una persona, temendo che potesse mettere in pericolo la stabilità dei mercati finanziari, e la difesa dei risparmiatori”.
Non poteva entrare nel merito della scelta. Il presidente della Repubblica è un’ istituzione di garanzia, non è un organo politico o di governo. In un passaggio del suo discorso Mattarella pronuncia queste parole: “Ho chiesto per quel ministero (l’economia) l’indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con l’accordo di programma”. Il Capo dello Stato non può stabilire chi siano o non siano le figure coerenti con un accordo di programma, o quelle più o meno indicate a realizzarlo. Esula dalle sue attribuzioni.
Menomazione della sovranità popolare. L’incarico a Carlo Cottarelli si traduce nell’effetto, senz’altro non voluto, considerando l’indiscutibile alto profilo morale legato alla figura di Sergio Mattarella, di menomare la volontà popolare. Cottarelli è stato nominato commissario alla spending review, per attuare politiche economiche restrittive di montiana memoria, ripudiate dal popolo italiano come dimostrano i risultati elettorali conseguiti all’epoca da Scelta civica guidata proprio dal prof. Monti.
Un processo alle intenzioni. Il Capo dello Stato ha temuto che il nome di Paolo Savona potesse essere ricondotto a una linea politica, più volte manifestata, che avrebbe potuto provocare, probabilmente, o addirittura inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’Euro. Chiaro il riferimento, in particolare, al piano B per l’Italia, progetto di uscita unilaterale dalla moneta unica, coelaborato da Paolo Savona nel 2015. Innanzitutto occorre considerare che un piano B presuppone l’esistenza di un piano A che è chiaramente incentrato sul ripensamento di alcune regole europee e, più in generale, della struttura giuridica della zona euro, argomento sul quale oltre allo stesso Paolo Savona, si concentrano da anni, con similare approccio scientifico, stuoli di illustri economisti internazionali, tra cui i premi nobel Stiglitz e Krugman. Altresì, non può sfuggire ai più che la redazione di un piano B serve prioritariamente a dare forza al piano A. Senza un piano B i Paesi europei che hanno interesse a mantenere lo status quo pongono più facilmente il loro veto alla costruzione di una vera Europa dei popoli al posto di quella attuale, prettamente finanziaria. Risulta di tutta evidenza l’esistenza di un processo alle intenzioni difficilmente comprensibile.
Un’Italia piccola piccola. Paradossalmente la decisione del Presidente della Repubblica di impedire, di fatto, la nascita del nuovo Governo per questioni inerenti il timore di essere considerati dai mercati come un Paese che vuole uscire dall’euro, o che è pronto a farlo, oltre ad aver fomentato un pericolo forse inesistente, ha posto la nostra Nazione in una situazione di annichilimento rispetto ad altri partner europei, come la Germania, che ha da tempo pronto un piano B e, nonostante ciò, continua ad egemonizzare politicamente il vecchio continente.
La tutela del risparmio. Il Capo dello Stato ha invocato nel suo discorso la tutela del risparmio degli italiani. Duole significare che la visione del Presidente, senza mettere in discussione la sua buona fede, è distorta dalla realtà. Sono proprio le regole europee, alcune di recente attuazione, come il bail in, a mettere in pericolo i risparmi degli italiani. In caso di crisi, infatti, le banche devono essere salvate dall’interno, non essendo più ammessi aiuti di Stato. Ne faranno le spese in ordine gli azionisti, gli obbligazionisti ed anche i correntisti. Quest’ultimi coperti solo limitatamente dal fondo interbancario di tutela dei depositi. In Europa non hanno pensato di far garantire dalla Bce, l’unico soggetto illimitatamente solvibile di tutta la zona euro, quantomeno i depositi dei correntisti. La difesa dell’Euro. Il presidente della Repubblica ha testualmente affermato nel suo discorso che: “ l’incertezza sulla nostra posizione nell’euro ha posto in allarme gli investitori italiani e stranieri”. Come dire meglio non discuterne o se proprio lo si vuole fare “ lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento”. Peccato che proprio il fatto di averlo fatto sia costato, per il momento, a Paolo Savona, la nomina a ministro dell’Economia.
L’impennata dello spread. A preoccupare il presidente della Repubblica è stata, per sua stessa esplicita ammissione, l’impennata dello spread, dovuta, a suo dire, proprio alla incertezza della nostra posizione sull’euro. Anche qui, e ridispiace dirlo, nei contenuti tale affermazione è completamente priva di valore scientifico ed è altresì contraddetta dalla realtà empirica. Lo spread in salita è solo un attacco speculativo prodotto da investitori istituzionali per il loro bieco tornaconto economico. Solo la Bce, per l’attuale struttura dell’eurozona, può operativamente arginare la speculazione, intervenendo sui mercati dei titoli di Stato acquistandone la quantità che serve, o anche semplicemente dichiarando di volerlo fare, come avvenne nel settembre del 2012 quando la Bce dichiarò di essere pronta ad acquistare quantità illimitate di titolo di Stato dei Paesi dell’area Euro che ne avessero fatto richiesta. Lo spread italiano riscese, nonostante fosse pericolosamente risalito durante il Governo Monti (di sicuro non contrario all’euro), insediatosi a novembre del 2011.
Uscire dall’euro? non sarebbe una catastrofe. Dal tenore del discorso del presidente emerge con una certa evidenza la preoccupazione circa la possibile uscita dell’Italia dall’Euro. Ammettiamo fosse necessario farlo. Cosa accadrebbe? Generalmente si teme innanzitutto una significativa svalutazione della nuova lira, alla quale si ricollegherebbe un effetto inflattivo che costringerebbe noi italiani ad andare a fare la spesa con la carriola dei soldi. A parte che una svalutazione valutaria si traduce solo in parte in inflazione, c’è da dire che recentemente due Paesi con economie più piccole di quella italiana, la Svizzera, nel 2015, e la Repubblica Ceca, nel 2017, hanno abbandonato il cambio fisso con l’euro, si tratta di una situazione, per certi versi, sostanzialmente similare all’uscita dalla moneta unica, senza incorrere in alcun problema di carattere valutario o di tenuta del sistema economico nel suo complesso, anzi.
