Per molte attività, riaprire potrebbe essere più costoso che chiudere: tra mancati introiti dovuti al distanziamento sociale e costi di gestione in aumento per sanificare gli ambienti e comprare le mascherine, non tutti andranno in pari. Neanche se dovessero, come probabilmente accadrà, scaricare parte dei costi sui clienti. I conti sono approssimativi, in attesa che il governo definisca le misure da prendere.

Per bar e ristoranti distanziare significa dimezzare i tavoli, sanificazione e mascherine incidono sui costi. "Molti stanno considerando di non riaprire, perché un’impresa deve andare in pari con i costi – sottolinea Roberto Calugi, direttore di Fipe Confcommercio –. Norme che rendono l’attività antieconomica, in mancanza di aiuti, non hanno senso". Il tema degli aiuti, a partire dagli sgravi, è ricorrente. Per i bagnini di Rimini, che si aspettano un boom dei costi con la sanificazione obbligatoria, è difficile aumentare il conto a famiglie che hanno visto crollare i redditi. Non va diversamente nei saloni del beauty (parrucchieri e affini), che dovranno usare molti dpi: secondo il sito specializzato Uala solo il 4% dei clienti si dice disposto ad accettare un aumento di prezzi in cambio di un posto nelle sue fasce orarie preferite. I negozianti dell’abbigliamento bocciano l’idea del Comune di Milano di proporre aperture scaglionate serali, pure per questioni di sicurezza: "Molti dipendenti sono donne", ricorda il presidente di Federmoda Renato Borghi. I negozi per bambini hanno riaperto il 14 aprile, tra molte restrizioni. Nei giorni scorsi si parlava di un ipotetico obbligo di sanificare i capi provati: "Mi pare inverosimile – riflette Pastore –. Forse si potrebbe con il vapore, non vedo altri sistemi".

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