Rinascita Scott, appello: confermata la centralità di Luigi Mancuso nel processo
La sentenza di secondo grado ridisegna il quadro del maxi-procedimento contro la ’ndrangheta vibonese. Al centro della decisione dei giudici la posizione del boss di Limbadi, condannato a 30 anni
Dopo diverse ore di camera di consiglio, la Corte d’appello di Catanzaro ha pronunciato il verdetto sul filone ordinario del processo Rinascita Scott, uno dei più vasti procedimenti mai istruiti contro le cosche della ’ndrangheta operanti nel Vibonese. Tra le figure chiave del dibattimento emerge quella di Luigi Mancuso, ritenuto dagli inquirenti al vertice dell’omonimo clan e indicato come perno degli assetti criminali del territorio.
Il processo trae origine dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che, il 19 dicembre 2019, portò a una maxi-operazione con 334 arresti, colpendo presunti legami tra criminalità organizzata, politica, imprenditoria e professioni. Un’indagine che segnò uno spartiacque nella strategia di contrasto alla ’ndrangheta calabrese.
In primo grado, celebrato davanti al Tribunale di Vibo Valentia, il procedimento aveva coinvolto complessivamente 338 imputati, con 207 condanne e pene severissime, fino a 30 anni di carcere. Proprio per Luigi Mancuso l’accusa aveva sollecitato la massima pena, ritenendolo il principale referente mafioso del Vibonese.
Nel giudizio d’appello gli imputati sono stati 215. La decisione dei giudici rappresenta un passaggio cruciale nel percorso giudiziario di Rinascita Scott, confermando il ruolo centrale attribuito a Mancuso nell’impianto accusatorio e segnando un ulteriore capitolo di un processo destinato a lasciare un segno profondo nella storia giudiziaria della Calabria.
