Catastrofi naturali e culturali, ne discute a Vibo l'ordine degli architetti
Il dibattito avrà luogo lunedì 13 marzo alle 17, nella sala conferenze del sistema bibliotecario
Il relatore, Luigi M. Lombardi Satriani, affronta un tema che i tragici eventi di Rigopiano e dell’Hotel di lusso costruito alle pendici del Gran Sasso spazzato via da una gigantesca slavina hanno reso purtroppo estremamente attuale: quello delle catastrofi. Viene affrontata la tematica che le catastrofi naturali che rendono evidenti l’assoluta sproporzione tra noi esseri umani delimitati dalla nostra finitudine e fragilità e l’enorme forza della natura che afferma, a volte (eruzioni vulcaniche, alluvioni, disastri ecologici terremoti, slavine), la sua smisurata capacità di distruzione e morte.
A esse si accompagnano quasi sempre catastrofi culturali per i terremoti psicologici che scatenano nelle vittime, protagoniste a vario titolo coinvolte. Vengono forniti, a riguardo, numerosi esempi significativi, anche tratti dalla sue pluridecennale esperienza di ricerca nel Sud Italia (terremoto della Valle del Belice del gennaio 1968). La relazione si sofferma quindi, come già accennato, sui recenti tragici eventi di Rigopiano e dell’Hotel spazzato via dalla gigantesca slavina, notando come su di essi si sia scatenata una vera e propria tempesta mediatica, facendo, grazie alla televisione e ad altri mass media, da cassa di risonanza a qualsiasi pulsione emotiva, a qualsiasi giudizio, prevalentemente di condanna, su quanti, ritenuti responsabili del disastro o dei suoi effetti sono sbrigativamente liquidati come indiscutibilmente colpevoli. Quanto più intensa la comprensibile commozione per le vittime, specie per i bambini, particolarmente innocenti – ma ogni vittima innocente lo è per definizione, si direbbe per statuto ontologico –, tanto più perentorio il giudizio di condanna. Evidentemente, dinanzi al male, all’evento incommensurabile abbiamo bisogno – sottolinea il Relatore – del colpevole: così ogni casella viene collocata al suo posto e si può ritornare alle nostre quotidiane cure, alle nostre nicchie egoistiche. Lombardi Satriani rileva come si sia sviluppata progressivamente una sensibilità rispetto all’ambiente estremamente utile per renderci sempre più cauti nel comportamento predatorio nei confronti della natura, così come veniva concretamente attuato, magari con le motivazioni di copertura dell’inarrestabilità del progresso, dello sviluppo che rendeva
senza dubbio indispensabile l’opera invasiva perché “lo sviluppo non si può
certo arrestare”. Il pensiero verde, pur apportatore di tanti effetti positivi, non è privo di
ingenuità, quali ad esempio l’immagine ideale di una natura incontaminata da difendere in ogni caso dai predatori di essa, qualsiasi intervento di fatto propongano o attuino.
Non si riflette che una natura incontaminata non esiste in nessun caso da quando l’uomo è apparso sulla terra modificando comunque, in maniera più o meno incisiva, per renderlo più adatto alle proprie esigenze. Anche nella società contadina più arcaica il costruire un
ponticello per attraversare agevolmente un piccolo torrente; lo scavare un fosso o innalzare piccole barriere di terra per consentire la canalizzazione delle acque piovane sugli ortaggi accuratamente piantati perché si possa avere prodotti sempre più ricchi e migliori, costituiscono operazioni di intervento che non è detto si debbano condannare in nome di una ideologica purezza ambientale. Ancora una volta, afferma il Relatore, è indispensabile ancorarsi a un pensiero critico, da conquistare voltaa volta individualmente senza subire mode correnti o suggestioni di modelli imperanti. Lombardi Satriani illustra, per linee essenziali, la celeberrima immagine della “Fallingwater”, di Frank Lloyd Wright, realizzata per il ricco commerciante Edgar J. Kaufman negli anni Trenta. Se si dovesse
decidere in astratto se sia lecito utilizzare cemento armato per una costruzione in uno scenario naturale di incommensurabile bellezza, il giudizio non potrebbe che essere negativo; eppure, vista nella sua realizzazione pratica, la Casa sulla Cascata (come la conosciamo in Italia), non ci ferisce o irrita, anzi, ci appare luogo ideale, effettivo capolavoro di quella “architettura organica” di cui Wright era teorico e primo realizzatore e che ha avuto tale fortuna da concretarsi come una delle branche dell’architettura moderna. Con questo, chiarisce il Relatore, non si vuole legittimare qualsiasi intervento costruttivo e propone anche come parametro di giudizio la verifica se ogni cosa sia stata fatta rispettando la normativa specifica e verificando puntualmente cosa la legge consentiva potesse essere fatto.
Tale conclusione, sottolinea ancora Lombardi Satriani, può lasciare perplessi, ma, si ripete, dobbiamo in questi casi sospendere la nostra emotività, analizzare razionalmente tutti gli elementi della questione e formulare, infine, un meditato giudizio. La relazione procede, nella sua ultima parte, richiamando alcuni scenari catastrofici rappresentati da film di grandi registi e di enorme successo. L’esemplificazione inizia con La terra trema di Luchino Visconti (1948), prosegue quindi con 1997: fuga da New York di John Carpenter (1981), nella quale vediamo tutta Manhattan ridotta a carcere; ancora con The Day after di Edward Hume (1983), su una situazione ipotetica che avrebbe potuto portare a una guerra nucleare, precisamente a un reciproco attacco counter-silos per ICBM (i missili balistici intercontinentali) tra Stati Uniti e Unione Sovietica e le sue conseguenze sui residenti delle zone rurali dello Stato del Kansas, dove erano presenti molte basi per sylos ICBM; si prosegue ancora con Street Trash (apparso in Italia con il titolo Horror in Bowery Street, di J. Michael Muro (1987), che ci mostra l’intera New York come uno smisurato immondezzaio, discarica di rifiuti; con Robocop di Paul Verhoeven (1987), dove l’intera metropoli diventa un quartiere da demolire; si rileva, inoltre, che il disastro di Chernobyl ha ispirato numerosi giochi, video, sino al recentissimo film La supplication di Paul Cruchten (2016), presentato al Trieste Film Festival; si prosegue ulteriormente con L’inferno di cristallo di John Guillermin e Irwin Allen (1974), che rappresenta, con ritmo incalzante, il tragico svilupparsi di un inarrestabile incendio nel grattacielo più alto del mondo (138 piani distribuiti in 550 metri di altezza). Conclude questa rapida carrellata Il
cielo sopra Berlino di Wim Wenders (1987), che presenta con la sua riconosciuta maestria le immagini di Potsdamer Plat, una piazza che prima della seconda guerra mondiale era ritenuta una delle più belle d’Europa e che viene ritrovata da uno dei protagonisti del film come spianata incolta, una specie di terra di nessuno.
Sono film catastrofici che turbano, colpiscono comunque, si tratti di quanti rifuggono dal vederli o di quanti, e sono la maggioranza, ne sono particolarmente attratti. Per gusto dell’orrido, forse? Lombardi Satriani ritiene che i motivi siano più articolati e profondi. Rappresentare la catastrofe la localizza e la contestualizza; consente di mostrarla, presentarla concretamente come se fosse vera anche sul piano della realtà pragmatica. Realizzarla nella rappresentazione fa sì che non sia più necessario, né possibile (si spera) che si realizzi nella concreta realtà di tutti i giorni. Così questi scenari catastrofici costituiscono il regesto delle nostre paure e, visti al rovescio del ricamo, delle nostre speranza. Che, nonostante la catastrofe, la morte, la vita sia e si possa celebrare così il suo trionfo.
