Italiano in carcere negli Emirati arabi. Disperato appello: "Mi torturano"
"Amore mio hai novità? Mi rimane poco tempo. Ho fatto a botte fino adesso per riuscire a fare ‘sta telefonata". Inizia così, tra le lacrime, il disperato appello "a difesa dei diritti umani e della sua stessa vita" che Massimo Sacco, 53 anni, ha dettato alla sua compagna Monia Moscatelli dal carcere di Abu Dhabi.
Con la preghiera di diffondere la registrazione della telefonata, l’imprenditore italiano, di origini romane, ha ripercorso la vicenda che lo vede da quasi un anno dietro le sbarre delle prigioni emiratine con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti. Ricatti, terribili torture e cure inadeguate. C’è tutto questo nel racconto di Sacco.
Tutto ha inizio la sera del 3 marzo dello scorso anno, quando, in compagnia di un altro italiano, Sacco partecipa a una festa al Barasti, un locale alla moda sul lungomare di Dubai. Dopo qualche drink di troppo l’imprenditore e il suo amico si ritrovano in spiaggia ubriachi. A quel punto Sacco, che pur avendo avuto in passato problemi di droga si dichiara innocente, ha raccontato di essere stato avvicinato da un uomo che gli ha consegnato una busta di cocaina. Verrà arrestato quella stessa notte dai poliziotti nella sua abitazione. Sotto la pressione degli inquirenti il suo amico dichiara che Sacco è il suo spacciatore. Così dopo sette mesi di detenzione alla stazione di polizia di Al Barsha, Sacco viene trasferito nella prigione federale ‘Al Sadal 4’ ad Al Wathba (Abu Dhabi).
