Operazione "Never Dream", Rocco Lico passa agli arresti domiciliari
Rocco Lico, di San Gregorio d'Ippona, coinvolto nell' operazione "Never Dream" era detenuto in carcere a Vibo Valentia fino a ieri. Da oggi, infatti, è a domiciliari in quanto il Tribunale di Bologna ha accolto il riesame proposto dall'avvocato Francesco Muzzopappa.
L'operazione. Nell'ambito dell'operazione congiunta dei carabinieri e della Guardia di Finanza di Rimini, denominata "Never Dream, ventidue persone sono state iscritte nel registro degli indagati e cinque dichiarate in arresto (tre in carcere e due ai domiciliari). Trentasei le attività utilizzate per riciclare ed emettere fatture false dal 2016 in poi. Lunga, quindi, la lista dei reati che vanno da associazione per delinquere finalizzata all’emissione di fatture inesistenti, truffa, riciclaggio ed auto-riciclaggio, usura, estorsione, trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori, indebito utilizzo e falsificazione diì carte di credito e di pagamento, falsificazione di monete, spendita e introduzione di monete falsificate.
Le indagini. "Le indagini - ha sottolineato il procuratore capo di Rimini, Elisabetta Melotti hanno visto "l'impegno congiunto e la stretta collaborazione di carabinieri e Guardia di Finanza e hanno consentito di disarticolare un sodalizio criminale con base nel Riminese, ma con ramificazioni e interessi economici anche in altre province (Pesaro, Vibo Valentia, Varese, Monza Brianza, Bari), con al vertice un personaggio di origini calabresi". Secondo gli investigatori tutto ruotava intorno alla figura di Rocco Lico, 46 anni originario di San Gregorio d’Ippona, che con la compagna Monica Vicino, 47 anni di Rimini e Pietro Lafabiana 49 anni di Misano Adriatico, gestivano quello che era diventato un business con un giro d’affari fino a 20 milioni di euro.
Il sequestro. Sequestrati al fine della confisca cinque appartamenti, un terreno, quote sociali per circa 46.000 euro, 12 tra auto e moto, 20 conti correnti, fino a concorrenza dell’importo di complessivi valori per circa nove milioni di euro. L’indagine era partita nel 2016 con la verifica da parte di un’altra Procura di una segnalazione a carico della società Dream Italian Style di San Clemente nel Riminese, destinataria
di gran parte delle fatture false e da cui prende il nome l’intera indagine.
