Faida di Gioia Tauro, il pentito Mesiani parla degli omicidi e fa i nomi di killer e mandanti
Il collaboratore di giustizia, cognato del boss Molé, riferisce sugli omicidi di Rocco Albanese e di Pietro Giacobbe. Dietro la faida l'ombra di "Domenico Stanganelli"
di FRANCESCO ALTOMONTE
Torna in aula il processo sulla faida di Gioia Tauro del 2005, fatti cristallizzati grazie all'inchiesta "Atlantide" della Distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Stamattina davanti alla Corte d'assise di Palmi è stato chiamato a testimoniare il collaboratore di giustizia Pietro Mesiani Mazzacuva, fino al suo arresto considerato dall'antimafia il numero tre del clan Molé. Cognato dell'ergastolo Domenico "Mico" Molé, Mesiani ha deciso di collaborare con la giustizia nel 2014, subito dopo il suo coinvolgimento nell'operazione della Dda Reggina denominata "Mediterraneo", che portò in carcere le nuove leve del clan Molé di Gioia Tauro. Imputati nel processo in ordinario, che si sta celebrando a Palmi, ci sono Biagio Guerrisi, Cosimo Romagnosi, Rocco Ivan e Giuseppe Stillitano, e Elio De Leo.
L'inchiesta Le accuse mosse dal pm Giulia Pantano sono, a vario titolo, quelle di associazione mafiosa, concorso in omicidio e tentato omicidio pluriaggravato. La Dda di Reggio Calabria ritiene di aver fatto luce su tre omicidi e un tentato omicidio che insanguinarono la città del porto nel lontano 2005: il delitto di Luciano Caridi, avvenuto l’11 gennaio del 2005, quello di Pietro Giacobbe, consumato il 12 maggio dello stesso anno; e ancora il tentato omicidio di Santo Antonio Bagalà, avvenuto sempre il 12 maggio 2005 per finire all’omicidio di Rocco Albanese che risale invece al 14 marzo del 2005.
Romagnosi e Guerrisi Per la procura antimafia, la faida è da riportare allo scontro per il controllo del mercato della droga tra due famiglie gravitanti nelle due cosche egemoni a Gioia Tauro: i Molé e i Piromalli. Per Mesiani "Romagnosi" è da sempre un uomo vicino ai Piromalli. Secondo quanto ha appreso all'interno della sua famiglia, l'odierno imputato sarebbe stato presente già a metà anni '90 a un incontro tra i boss latitanti Mico Molè e Pino Piromalli. Un "collaborazione", con il potente clan gioiese, che sarebbe continuata, per Mesiani, anche dopo l'arresto di Pino Piromalli, diventando "braccio destro di Antonio Piromalli, figlio di Pino, dal quale aveva ereditato il comando". La prova di questo coinvolgimento di Romagnosi nel clan Piromalli, per Mesiani, sarebbe dimostrato dal ruolo che Romagnosi avrebbe avuto dopo l'inchiesta "Cent'anni di storia", con la quale vennero azzerate le cosche di Gioia Tauro dopo l'omicidio di Rocco Molè. Quell'assassinio portò alla rottura della storica alleanza tra due delle più antiche e potenti cosche calabresi. I Molè furono estromessi dai traffici illeciti della città del porto, che fino a quel momento avevano diviso "50 e 50 con i Piromalli", secondo Mesiani. I Molè hanno sempre pensato che dietro l'omicidio di Rocco Molè ci fossero "I cugini Piromalli, o che non avessero fatto nulla per impedirlo", ha dichiarato il collaboratore. Il tentativo di rientrare in affari da parte dei Molè, però, sarebbe stato rinviato in più riprese da Romagnosi fino alla scarcerazione di Antonio Piromalli. La perdita di influenza sulla città del porto, ha sostenuto Mesiani, avrebbe portato all'azzeramento delle cariche nella locale di Gioia Tauro, con la totale esclusione di tutti quegli uomini che erano vicini ai Molé. "I Molé - ha dichiarato il collaboratore - mi dissero che Biagio Guerrisi (imputato nel procedimento ndr) era stato nominato capo società. Le cariche non hanno un peso reale nel comando della città, ma se non fai parte della cerchia vicina ai clan non ci puoi fare parte".
Gli omicidi Sui fatti di sangue, Mesiani ha confermato l'impostazione accusatoria: a ammazzare Rocco Albanese, detto "purvareda" sarebbero stati "i fratelli Marcello e Pietro Giacobbe, quest'ultimo ucciso per vendetta da Biagio Guerrisi, perché Albanese era suo cognato, con l'avallo di Rocco Molé". Secondo il collaboratore di giustizia, a riferirgli i particolari degli omicidi sarebbero stati Antonio Molé classe '89 e il cugino Domenico Stanganelli. Quest'ultimo sarebbe stato il mandante dell'omicidio Albanese.
