Giù dal terzo piano, muore a otto anni: era il figlio di Bacis, ex amaranto
È morto a otto anni, è morto nel terribile schianto dopo una caduta dal terzo piano, nel cuore del centro storico, tra le antiche mura dello scrigno più prezioso di Arezzo. E’ morto con un nome famoso sulle spalle, perché era il figlio più piccolo di Michele Bacis, calciatore dell’Arezzo in serie B e poi allenatore della squadra amaranto negli anni dell’inferno in serie D. A tarda ora le notizie sono ancora frammentarie, perché la tragedia è avvenuta quando era già piena notte, intorno alle 22. Non si sa dunque perché il ragazzino sia precipitato. Di sicuro c’è solo il tonfo sordo sul selciato, sentito anche dai vicini di casa, in vicolo della Dea, una stradina stretta stretta incassata fra via Cesalpino e via Montetini, poco sotto Palazzo Cavallo.
Immediato l’allarme al 118, che ha subito mandato un’ambulanza. Una caduta nel buio, così come scuro, quanto la notte che incombe, si presenta il vicolo della Dea ai primi curiosi e ai primi giornalisti che accorrono. L’ambulanza e la polizia, intervenuti sul posto, se ne sono già andate. L’ambulanza con il suo carico, il bambino agonizzante che i medici provano disperatamente a rianimare lungo la strada verso l’ospedale. Niente da fare. Quando il mezzo di soccorso arriva al San Donato il ragazzino è già allo stremo, forse già morto, forse morto prima ancora dei tentativi dei soccorritori.
Il Pegaso dell’elisoccorso regionale, che era già stato attivato per una corsa disperata verso Firenze spegne i motori. Le pale si fermano mestamente: non c’è più niente da fare, inutile persino decollare. Fin troppo facile immaginare la disperazione dei genitori, in particolare del padre Michele, di cui appena qualche settimana fa La Nazione aveva raccontato un altro dramma. Lui, originario di Bergamo, 40 anni appena, toccato negli affetti più cari dal contagio che ha visto come epicentro proprio la città lombarda. C’era anche mio zio, aveva confidato, tra le bare portate via dai camion dell’esercito, immagini che avevano commosso l’Italia.
Pareva già terribile, ma Michele, difensore di vaglia, un punto di forza dell’Arezzo nella stagione di Marino, non sapeva che l’attendeva a breve qualcosa di persino più impensabile e inimmaginabile, come la morte di un figlio. Perdipiù in circostanze così assurde come un volo dall’alto, in un palazzo della città antica, nel cuore della notte. A mezzanotte nel vicolo della Dea ormai sgombro e buio come la tragedia che si è appena dipanata, restano soltanto un paio di telecamere, qualche fotografo e i cronisti. Capire come sia andata davvero, in quali circostanze il ragazzino sia volato giù è ancora impossibile.
Ci vorranno ore e pazienza per ricostruire, per mettere insieme le testimonianza. In strada c’è solo un vicino che racconta: ha sentito un urlo terribile in contemporanea con la caduta. Forse era il padre che si era accorto di quanto stava sucedendo. Un grido straziato e un povero corpicino sulla strada.
