Le accuse mosse dagli inquirenti sono, a vario titolo, quelle di associazione mafiosa, estorsione, porto abusivo e detenzione di armi, usura, illecita concorrenza volta al condizionamento degli appalto pubblici

Pene per un secolo e mezzo di carcere sono state richieste per i diciassette imputati nel processo d'Appello che si celebra a Reggio Calabria, scaturito dall'inchiesta "Saggezza". Ad invocarle i sostituti procuratori generali, Antonio De Bernardo e Adriana Fimiani.

Alla sbarra ci sono le persone finite nel maxi blitz dei Carabinieri del comando provinciale nel novembre del 2012 e che ha interessato le cosche mafiose della Locride. Le accuse mosse dagli inquirenti sono, a vario titolo, quelle di associazione mafiosa, estorsione, porto abusivo e detenzione di armi, usura, illecita concorrenza volta al condizionamento degli appalto pubblici, minaccia, esercizio abusivo dell'attività di credito, truffa, furto di inerti, intestazione fittizia di beni, reati tutti aggravati dall'aver agevolato la ''ndrangheta.

La Procura Generale ha richiesto 23 anni di carcere per il presunto boss Nicola Romano, ritenuto uno degli esponenti più influenti della 'ndrangheta della Locride,  19 anni di carcere per Giuseppe Raso, 16 e 15 anni di detenzione le richieste invocate per Antonio Spagnolo e Nicola Nesci. L'accusa infine ha chiesto la condanna a 14 anni di carcere per Massimo Siciliano, a 10 anni e sei mesi per Salvatore Fragomeni, a 10 anni per Rocco Pollifroni e Bruno Bova. Cinque anni di carcere è invece, la pena richiesta per Pierino Fazzari e Vincenzo Fazzari, quattro anni e sei mesi quella per Carmine Pollifroni e Giuseppe Cataldo, quattro anni quella per Teresa Fazzari, Maria Romano e Marco Salvini, tre anni quella per Amalia Romano e Fabio Salvini. Il 28 settembre del 2015 il Tribunale di Locri, presieduto da Alfredo Sicuro, dopo due giorni di camera di consiglio condannò 15 imputati infliggendo quasi 150 anni di detenzione. Il presunto boss Nicola Romano venne punito con 20 anni e 10 mesi di carcere in quanto ritenuto uno dei principali esponenti della "Corona" ossia una struttura organizzativa all'interno della 'ndrangheta, mai emersa in precedenza, che racchiuderebbe al suo interno i membri di cinque "locali" mafiosi. L'operazione "Saggezza" ha infatti, consentito di documentare gli organigrammi e le presunte attività illecite della 'ndrangheta, accertando, l'esistenza e l'operatività di cinque "locali" ad Antonimina (famiglia Romano), Ardore (famiglia Varacalli), Canolo (famiglia Raso), Ciminà (famiglia Nesci) e Cirella di Platì (famiglia Fabiano), individuandone i vertici. Gli investigatori avrebbero anche individuato gli interessi economici e societari riferibili agli indagati, ed in particolare le attività economiche attraverso le quali avrebbero conseguito i profitti illeciti, accertando anche ipotesi di condizionamento degli appalti pubblici. Le famiglie, secondo l'accusa, avevano la gestione ed il controllo diretto ed indiretto di attività economiche anche nel taglio boschivo in località aspromontane, oltre ad un circuito di usura ed esercizio abusivo dell'attività di credito.