Un clan che basa la sua solidità sullo spaccio di sostanze stupefacenti. L’operazione scattata nei giorni scorsi a Milano ha fatto emergere un quadro inquietante: la ‘ndrangheta è viva e vegeta nel Nord Italia. Una forma mentis che è la medesima di chi opera in Calabria, ma che magari può avere un accento diverso visto l’avanzare delle nuove generazioni.

«Si ritiene che proprio il traffico di cocaina sia, dopo le carcerazioni pre-sofferte dai “Bandiera”, il motore economico dell’organizzazione necessario a ri-conferirgli quella solidità finanziaria necessaria a riaffermare il proprio ruolo». È quanto scritto dai magistrati della Dda, e riportato dal Corriere della Calabria. Il vecchio capoclan originario di Cropani coinvolge in maniera diretta suo figlio, Cristian Leonardo Bandiera. Per gli inquirenti si tratta del “numero due” del “locale”, e «benché non avesse stabili entrate economiche derivanti da lavoro autonomo-dipendente», sarebbe riuscito a «rilevare delle attività commerciali (due bar, un pub e un camion ambulante per la somministrazione di bevande e alimenti) fittiziamente intestate a terze persone». La ‘ndrina riprende vigore con la vendita della droga. E grazie al tentativo – andato, almeno in parte, a segno – di tenere i propri capi fuori dal carcere grazie a sconti di pena e benefici carcerari.

È il caso di Gaetano Bandiera, che ottenne un differimento di pena dal 18 gennaio 2021 per motivi di salute, tornando nella propria abitazione a Rho. Quella concessione sarebbe arrivata «in parte artatamente», almeno riguardo a quella che gli investigatori considerano «falsa o quantomeno accentuata problematica di limitata deambulazione». A Cristian Bandiera, invece, è stato concesso il regime della semilibertà. «Adesso sto lavorando come… mi ha assunto mia mamma… per farmi uscire», dice a Concetta Giancotti, donna considerata al vertice del clan. Bandiera dovrebbe «accudire la propria madre malata», di fatto però se ne occupa Alessandro Furno, una delle persone a disposizione del clan. Il figlio del capo verrà anche assunto «in modo simulato» nel Chupito Bar di Rho, del quale – sempre secondo l’accusa – sarebbe «titolare occulto».

Insomma, come riporta ancora il Corriere della Calabria, 12 anni dopo la sentenza di “Infinito”, la ‘ndrangheta a Milano era ritornata in vita. Senza scrupoli e con un solo obiettivo: guadagnare soldi con le buone e, soprattutto, con le cattive.