Sono state depositate le motivazioni della sentenza del processo “Factotum”, celebrato con rito abbreviato davanti al Gup di Torino Benedetta Mastri e nato da un’inchiesta sulle ramificazioni della ’ndrangheta tra Carmagnola, Moncalieri e il capoluogo piemontese, con forti collegamenti con il territorio vibonese.

Un provvedimento di quasi ottocento pagine che non si limita a ricostruire assetti e dinamiche criminali, ma dedica ampio spazio a un nodo giudiziario particolarmente delicato: la tenuta delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e, in particolare, il ruolo di Andrea Mantella nei procedimenti collegati.

Secondo quanto riportato nelle motivazioni, al centro di una parte dell’impianto accusatorio vi sarebbe un presunto tentativo di indebolire la credibilità del collaboratore, attraverso iniziative e conversazioni che il Tribunale inserisce in una più ampia strategia di contrasto alle sue dichiarazioni nei processi antimafia. Nel fascicolo viene richiamata la posizione di Domenico Ceravolo, ex sindacalista della Filca Cisl, indicato come soggetto in grado di fungere da raccordo tra ambienti diversi e inserito in una rete di relazioni ritenute significative dagli inquirenti. Proprio attorno alla sua figura si svilupperebbe, secondo la ricostruzione giudiziaria, una parte delle dinamiche finalizzate a mettere in discussione le affermazioni rese da Mantella.

Il processo “Factotum” si è concluso con condanne rilevanti. Per Ceravolo la pena è stata determinata in 8 anni, 10 mesi e 20 giorni, partendo da una base di 12 anni per l’accusa di associazione mafiosa, con aumenti legati alla continuazione di altri reati contestati. Nelle motivazioni, il Gup evidenzia una condotta protratta nel tempo, collocata tra il 2015 e il 2025, e richiama anche ulteriori procedimenti a carico dell’imputato, tra cui ipotesi di favoreggiamento e falsa testimonianza.

Il dato che emerge con maggiore evidenza per la Calabria è il collegamento diretto tra le indagini piemontesi e il contesto investigativo vibonese, in particolare con il maxiprocesso “Rinascita Scott” e con le dichiarazioni rese da Mantella, che hanno rappresentato uno degli assi portanti di numerose inchieste sulla ’ndrangheta.

Nelle motivazioni viene ricostruito anche un episodio risalente al 2016, quando Ceravolo, intercettato in un dialogo con Giovanni Giamborino, avrebbe manifestato interesse per conoscere il contenuto delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, ancora coperte da segreto. In quella conversazione emergerebbero riferimenti a possibili strategie difensive da adottare nel caso di un coinvolgimento giudiziario, incluso il tentativo di rappresentare Mantella come soggetto minaccioso nei confronti dello stesso Ceravolo.

Per il giudice torinese si tratterebbe di elementi inseriti in un contesto più ampio, in cui il collaboratore di giustizia diventa un bersaglio da neutralizzare sul piano dell’attendibilità processuale, attraverso una progressiva opera di delegittimazione.

Il passaggio successivo si colloca nel febbraio 2023, quando Ceravolo viene chiamato a testimoniare nel procedimento “Rinascita Scott” davanti al Tribunale di Vibo Valentia. In quella sede le sue dichiarazioni vengono contestate dalla pubblica accusa, che ne evidenzia presunte contraddizioni rispetto al quadro tracciato da Mantella. Il Tribunale vibonese, nelle proprie valutazioni, arriva a disporre la trasmissione degli atti alla Procura per l’ipotesi di falsa testimonianza.

Le motivazioni della sentenza “Factotum” sottolineano come proprio quel passaggio processuale rappresenti un punto di snodo, in cui la deposizione di Ceravolo viene letta come potenzialmente funzionale a smentire il collaboratore di giustizia, in particolare sui rapporti tra soggetti indicati come vicini ai clan calabresi.

All’interno della ricostruzione del Gup trovano spazio anche le posizioni di altri imputati, tra cui Francesco D’Onofrio, descritto come figura di vertice nell’organizzazione e indicato come soggetto interessato a mantenere compatto il sodalizio, evitando ricadute giudiziarie derivanti dalle dichiarazioni dei collaboratori.

Nel complesso, per il Tribunale di Torino, il procedimento “Factotum” evidenzia non solo la struttura criminale oggetto dell’indagine, ma anche un livello parallelo di azione: quello volto a contrastare, sul piano processuale e reputazionale, le dichiarazioni di chi ha deciso di collaborare con la giustizia. Un fronte che, secondo le motivazioni, avrebbe avuto come obiettivo anche la figura di Andrea Mantella e la tenuta delle sue accuse nei procedimenti antimafia.