Pene dai 14 ai tre anni di reclusione per i sei uomini che hanno garantito la lunga latitanza del reggente del potente clan di Rosarno

Sono stati condannati tutti gli uomini che hanno garantito la latitanza del boss Marcello Pesce. Secondo l’accusa, gli imputati nel processo denominato "Recherche" avrebbero protetto e garantito la lunga latitanza di Marcello Pesce, arrestato in una casa del centro di Rosarno l’1 dicembre 2016.

La sentenza Il giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Reggio Calabria Domenico Santoro ha condannato i rosarnesi Giosefatte Elia, Rocco Pesce e Filippo Scordino a 14 anni di carcere; 8 anni sono stati inflitti a Consolato Salvatore Coppola, 7 anni di reclusione per Antonio Cimato e 3 per Gregorio Miglia

Il cerchio magico del boss Fra i condannati vi sono diversi fiancheggiatori fungendo da “vivandieri”, che avrebbero assicurato i collegamenti con gli altri membri della cosca e, più in generale, con i familiari, procurando loro appuntamenti con soggetti terzi o riportando loro e per loro conto le cosiddette “imbasciate”. Il giudice Santoro ha accolto quasi in pieno le richieste che erano state formulate dalla procura antimafia di Reggio Calabria. Per mettere a disposizione del “capo” quanto gli fosse necessario alla latitanza, si era sarebbe così creata una rete di supporto, con un servizio di staffette che avevano lo scopo di evitare l’intervento delle forze di polizia sia durante i vari spostamenti del latitante e sia quando i sodali, i familiari o altri andavano nei vari covi del boss, ma anche per procurargli gli appuntamenti e garantire gli incontri con gli altri membri del clan.

L'ascesa del figlio di Marcello Pesce Uno dei condannati è Rocco Pesce, figlio di Marcello, ritenuto componente di primo livello della filiera di comunicazione con il latitante. In particolare il giovane Pesce, seguendo le direttive di papà Marcello, si sarebbe occupato del controllo e del coordinamento delle attività delittuose, teneva i rapporti con gli altri affiliati e con gli esponenti di vertice di altre cosche, gestiva alcune aziende agricole, un centro scommesse intestati a prestanomi e un fiorente traffico di sostanze stupefacenti.
Per mettere a disposizione del “capo” quanto gli fosse necessario alla latitanza, si era sarebbe così creata una rete di supporto, con un servizio di staffette che avevano lo scopo di evitare l’intervento delle forze di polizia sia durante i vari spostamenti del latitante e sia quando i sodali, i familiari o altri andavano nei vari covi del boss, ma anche per procurargli gli appuntamenti e garantire gli incontri con gli altri membri del clan.

L'arresto del "ballerino" Le indagini della Mobile di Reggio Calabria e del Sco della polizia avrebbero consentito di ricostruire nei minimi particolari i movimenti degli uomini più vicini del boss attraverso le immagini registrate dalle telecamere installate lungo i percorsi stradali che conducevano al covo del latitante a Rosarno, dove Marcello Pesce detto "u ballerinu" è stato localizzato e arrestato l’uno dicembre 2016 grazie ad un blitz curato in ogni dettaglio. L’analisi degli spostamenti effettuati da Filippo Scordino e dagli altri fiancheggiatori condannati ieri, ha permesso agli investigatori di comprendere che Scordino aveva assunto un ruolo sempre più importante nella gestione della latitanza di Pesce, di cui eseguiva gli ordini.