Uccisa con 28 coltellate in Calabria, condannato ex amante (NOMI e FOTO)
Rigettato il ricorso: diventa definitiva la sentenza per l’uccisione della 52enne sulla scogliera di Pietragrande
La Suprema Corte ha messo la parola fine sul procedimento per l’omicidio di Loredana Scalone, uccisa il 23 novembre 2020 sulla scogliera di Pietragrande. La Prima Sezione penale della Cassazione ha infatti respinto il ricorso presentato dalla difesa di Sergio Giana, 41 anni, residente a Badolato, rendendo definitiva la condanna a 25 anni di reclusione stabilita prima in Corte d’Assise e poi confermata dai giudici d’appello di Catanzaro.
Il rigetto del ricorso, in linea con le richieste del procuratore generale e dei legali di parte civile Arturo Bova e Antonio Ricupero, comporta per l’imputato anche la condanna al pagamento delle spese e degli onorari relativi al giudizio.

Secondo quanto emerso nei vari gradi di giudizio, l’imputato aveva incontrato Loredana Scalone, con la quale aveva intrattenuto una relazione, dopo averla raggiunta sul luogo di lavoro a Caminia. Terminati gli impegni della donna, i due avevano raggiunto la zona rocciosa di Pietragrande, dove – secondo le sentenze – l’uomo l’avrebbe aggredita con un coltello da cucina poi ritrovato sul posto e riconducibile a un set sequestrato nella sua abitazione.
Le 28 ferite inferte in diverse parti del corpo, unite ai traumi provocati dal violento impatto contro gli scogli, non lasciarono scampo alla vittima, deceduta per insufficienza respiratoria acuta associata a gravi lesioni interne. Nel primo grado di giudizio la difesa era riuscita a far escludere le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi, sostenendo che non fosse stato individuato un movente preciso né un piano preordinato.
Dalle indagini è emerso anche che Giana sarebbe tornato sul luogo del delitto il giorno successivo, in due momenti differenti, tentando di nascondere il corpo in una cavità tra gli scogli e di rimuovere le tracce di sangue usando candeggina e altre sostanze. La Corte, tuttavia, aveva riconosciuto all’imputato le attenuanti generiche per la confessione che permise agli investigatori di ritrovare il cadavere.
Con la decisione della Cassazione si chiude definitivamente un caso che ha profondamente colpito l’opinione pubblica.
