'Ndrangheta, omicidio Pagliuso: la Dda segue una pista e prova a far luce
Il sostituto procuratore della Repubblica Elio Romano chiarisce che il delitto si inserisce nel quadro di "repressione delle cosche lametine
Un delitto che ha scosso Lamezia Terme e non solo nel cuore dell'estate, lo scorso 10 agosto. Gli inquirenti sono al lavoro da mesi per provare a dare una svolta all'omicidio di Francesco Pagliuso, il quarantenne penalista freddato all'ingresso della sua abitazione. La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha individuato alcune possibile strade. E segue, soprattutto, una pista. A spiegarla questa mattina, il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Elio Romano, intervistato dalla Gazzetta del Sud.
L'agguato all'avvocato. "Il fatto di sangue - ha detto Elio Romano - si inserisce in un contesto nel quale sono state poste in essere alcune azioni repressive nei confronti delle cosche lametine. Non posso svelare nulla rispetto al corso delle indagini, ma oggi si parte da una base differente rispetto al passato. Di sicuro quando succedono cose di questa gravità, capisci che non si può abbassare la guardia". Il riferimento neppure tanto velato è al fatto che siano state decapitate tre cosche nel Lametino: quella dei Giampà-Cappello, quella dei Torcasio-Cerra-Gualtieri e quella dei Iannazzo-Cannizzaro-Daponte.
Le cosche. "Questi clan - sottolinea il magistrato - hanno subito la stessa sorte. D'altronde, le cosche lametine, a differenza di altre, hanno una caratteristica: sono ad assetto variabile, cambiano di continuo. Prima i Giampà dividevano il territorio con i Torcasio, poi il divorzio e i Iannazzo che fanno un'alleanza con i Torcasio e poi un accordo con i Giampà".
La politica e le 'ndrine. Quanto alla zona grigia, Romano ha chiarito: "Non c'è stato un mancato interesse della magistratura verso la zona grigia. Tutto quello che è emerso è stato fatto. La condanna del politico è un unicum per Lamezia. Non esistono precedenti in tal senso".
