Una pagina di storia pulsante, ma anche e soprattutto una pagina di vita vera e di Fede autentica della Mileto che fu e che ancora oggi si porta dietro il fascino, che nessuno potrà mai offuscare, di quelli anni. Della Mileto di Attilio Pata, console onorario, industriale della Milano capitale d’Europea, sindaco mecenate, dagli occhiali spessi e dallo sguardo infinitamente triste, innamorato della sua città di origine, che fu vicepresidente del Milan e che negli anni Sessanta voleva ardentemente, costi quel che costi, fare il deputato ma che, essendo decisamente poco pratico dei comparaggi e dei giochetti delle tre carte e dei comparaggi, fu messo fuori gioco al primo tentativo; della Mileto dello struscio serale e della domenica mattina lungo il Corso Umberto I° - tra politica, aspiranti don Giovanni, leggiadre signore dallo sguardo fiero, simpatici spacconi, mastri di bottega dall’arte inimitabile, scrivani e poeti; della Mileto dell’accoglienza di Vincenzo De Chiara, il vescovo giunto nella Calabria dai “treni più lunghi” e dal “sudore Diesel” di Franco Costabile, dalla vicina Lucania di Giustino Fortunato, la terra dai mille silenzi e dei mille dolori, che fu pastore amorevole, umile e colto e che ad un certo punto della sua vita di presule dovette affrontare, non senza difficoltà, le ire e le proteste legate allo smembramento della Diocesi.

E’ stata decisamene un tuffo nel passato la mattinata vissuta sabato mattina a Mileto davanti al seminario diocesano dove i vescovi di Mileto-Nicotera-Tropea Attilio Nostro e di Oppido Mamertina-Palmi Giuseppe Alberti hanno scoperto una lapide all’entrata dello storico edificio a perenne memoria, nel centenario della sua nascita, dell’amatissimo rettore don Rocco Iaria(1955-1970), originario di Palmi, venuto a mancare nel 1986, che - si racconta - sfiorò negli anni Settanta anche la nomina a vescovo e che fu durante la sua missione sacerdotale guida illuminata di più generazioni e, come si legge nella targa marmorea voluta dai due presuli, “maestro e testimone nella sequela di Cristo per numerosi giovani alunni” e “sapiente educatore della gioventù”.

Sabato mattina nei locali di quel seminario, odorante di incenso e di vissuto, c’erano, insieme ai vescovi Attilio Nostro e Giuseppe Alberti, il presule emerito della diocesi di Lamezia Vincenzo Rimedio, 96 anni interamente vissuti al servizio della chiesa, oggi memoria storica della diocesi e punto di riferimento per tanti; numerosi sacerdoti giovani e alcuni ormai avanti negli anni, ma soprattutto non è sfuggita la presenza di tanti ex alunni di don Rocco Iaria, provenienti da diversi centri del Vibonese e della Piana di Gioia Tauro. Hanno tutti i capelli bianchi che a guardarli bene quasi raccontano il percorso della loro vita, i più hanno il passo ancora veloce; in tutti, nessuno escluso, lo sguardo è vivo e presente. Il cronista - alla ricerca di passi e selciati antichi - quegli ex alunni, confusi nella folla festosa e attenta che segue l’evento, li guarda e li scruta, immersi nei loro pensieri di padri, di nonni, di zii, di presbiteri, di uomini di penna, di educatori, di oratori di vecchia scuola e di mastri di fino impareggiabili . Ed al ritorno verso Paravati ha quasi l’impressione di rivederli, con il loro vociare allegro (siamo negli Sessanta, ovvero un altro mondo, un altro tempo, un’altra vita), specie quelli che non ci sono più, a passeggio ordinatamente, accompagnati da don Rocco e da altri sacerdoti, lungo la vecchia e armoniosa via Popilia, odorante di primavera e di cielo: uno per uno, giovani e sognanti, innamorati della vita, del presente e del futuro. Ma, forse, quei giovani aspiranti preti, letterati, maestri di scuola, professori di latino e di greco, per un attimo, lungo quella strada, sono comparsi davvero, trasportati dal vento parlante di marzo che a volte delizia e sferza la memoria matura.