Un sistema internazionale capace di movimentare droga e milioni di euro tra Sudamerica, Spagna, Italia e paradisi fiscali. È il quadro che emerge dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo che punta a ricostruire il patrimonio occulto riconducibile a Matteo Messina Denaro e ai suoi uomini di fiducia.

Al centro delle indagini figura Giacomo Tamburello, 66 anni, originario di Campobello di Mazara, ritenuto dagli investigatori uno dei principali gestori dei traffici di stupefacenti per conto dell’ex capo di Cosa nostra, morto nel settembre 2023. Secondo gli inquirenti, attorno a lui sarebbe stato costruito un articolato sistema economico-finanziario con investimenti immobiliari, società estere, conti correnti internazionali e partecipazioni societarie sparse tra Spagna, Isole Cayman e altri Paesi.

Il valore complessivo del patrimonio sotto la lente della magistratura supererebbe i 200 milioni di euro. Tra le società finite nell’inchiesta compaiono la Lujo Family Office, la spagnola Smiley Bubbles e la Cinzano Ltd, costituita nelle Isole Cayman.

Ma dalle carte dell’indagine emerge anche un filone che porta direttamente alla Calabria e ai rapporti tra Cosa nostra e ambienti legati alla ’ndrangheta nel traffico internazionale di droga.

A delineare questo scenario sono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Bruno, che nei mesi scorsi ha riferito agli investigatori dettagli sui presunti traffici gestiti da Tamburello. Secondo il pentito, uomini vicini a Messina Denaro sarebbero stati in grado di importare cocaina e hashish a prezzi inferiori rispetto ai canali controllati dai clan calabresi.

“Tamburello riusciva a vendere la cocaina a 24mila euro al chilo, mentre i calabresi la cedevano a circa 31mila euro”, avrebbe dichiarato il collaboratore, spiegando che gran parte degli sbarchi della droga organizzati dai gruppi trapanesi avvenivano in Spagna, da dove lo stupefacente veniva poi trasportato in Italia attraverso camion frigoriferi destinati al trasporto del pesce.

Negli interrogatori successivi, Bruno avrebbe inoltre indicato collegamenti con soggetti coinvolti nell’importazione di cocaina dal Brasile, facendo riferimento a contatti con fornitori calabresi e a una rete di smistamento della droga verso diversi mandamenti mafiosi palermitani.

L’inchiesta della Dda di Palermo, oltre a ricostruire le rotte del narcotraffico internazionale, punta soprattutto a fare luce sul reimpiego dei capitali accumulati attraverso decenni di traffici illeciti. Secondo l’accusa, il denaro sarebbe stato reinvestito in attività economiche, speculative e finanziarie attraverso una rete di società intestate formalmente a familiari e prestanome.

Un sistema sofisticato che, secondo gli investigatori, avrebbe consentito di occultare enormi flussi di denaro e consolidare gli interessi economici riconducibili alla rete mafiosa vicina a Matteo Messina Denaro, anche grazie ai collegamenti con altri circuiti criminali attivi nel traffico internazionale di stupefacenti.