"Nani" e ballerine, società (?) e grandi...esperti superpagati a Vibo. E la città lentamente muore
Forte della sua esperienza di animatore di villaggi turistici, un giovane Fiorello debutta nel 1992 sul canale Italia 1 e porta in Italia un format che da quel momento, anche se la trasmissione finisce il suo ciclo, viene imitato e rappresentato praticamente ogni sera, ancora oggi.
È il karaoke.
Dopo il periodo d’oro – tra gli anni ’50 ed i ’90 – durante i quali si moltiplicano i complessi musicali che - tra balere, night club, feste di piazza e ristoranti – eseguono dal vivo le canzoni di maggiore successo, irrompe anche in Italia questo nuovo sistema che fa diventare tutti cantanti, senza la necessità di avere dei musicisti che ti accompagnano, soprattutto senza la necessità che tu sia seriamente preparato ed allenato per reggere intere serate di musica e canto.
Sulle origini del karaoke ci sono diverse teorie. Alcuni lo fanno risalire a dei programmi televisivi degli USA degli anni sessanta, altri a delle tradizioni di spettacoli giapponesi dove il pubblico veniva coinvolto nelle performance sul palco. Si sa solo che il primo apparecchio karaoke è stato inventato dal musicista giapponese Daisuke Inoue a Kōbe, e da quel momento sbarca in ogni parte del globo. In Italia, il karaoke diventa popolare a partire da quel settembre del 1992, in seguito al successo della fortunata trasmissione televisiva omonima condotta da Fiorello.
Insomma, un fenomeno popolare, forse sarebbe meglio dire populista; certamente, un evento fortemente democratico, perché consente a chiunque, senza alcun impegno preventivo, senza studio ed esercitazione, di diventare, almeno per una sera, almeno per il suo gruppo di amici, un vero protagonista.
Perché questa premessa? Perché succede che, quando qualcosa si dimostra così semplice ed alla portata di tutti, questa viene – giustamente, verrebbe da dire! – proposta e riproposta. Niente di male, se ci si ferma alla realtà dei fatti. È un grosso problema invece quando – complice il pressappochismo, l’impreparazione, quando non addirittura vera ignoranza – il tutto viene scambiato per arte, per esibizione di valore assoluto… per cultura!
Torna così di moda la vecchia allocuzione del cosiddetto “uno vale uno”.
La cultura-karaoke prende il sopravvento e si osannano i Fiorelli di turno che raggiungono “gloria suprema” sol perché fanno alternare sul palco giovani apprendisti, non prima di aver dato microfono, palcoscenico ed applausi generosi a sindaci ed assessori che si beano di tanto successo potendo rivivere in prima persona le emozioni fiorellesche di antica memoria.
Non ci sarebbe niente di male, anzi… fino a quando, non si va spulciare all’interno delle determine dell’amministrazione di turno, che, come in un frullatore impazzito, mette insieme la cultura-karaoke e quella classica, il canto-karaoke e quello classico, lirico, sinfonico. Il tutto dando maggiore valore – non tanto in termini mediatici, quanto necessariamente economici – agli eventi-karaoke.
Nascono così cartelloni di manifestazioni pomposamente ridondanti e relativi direttori artistici (così vengono oggi denominati gli organizzatori-karaoke) superpagati, con piena soddisfazione di amministratori che possono annoverare tra i “propri ricordi più belli” quella sera che salirono sul palco dinanzi alle luci della ribalta.
D’altronde, come diceva quella regina di un tempo: «Se non hanno più pane, che mangino brioche».
Noblesse oblige!
