Mileto è uno dei tanti luoghi dove il virus infame si è messo all’opera con destrezza malandrina: un luogo, ovvero un “puntino”, tra i tanti, di questo nostro mondo tempestoso, incredulo e impreparato difronte all’ingorda e maligna aggressione del Covid-19.

Mileto. Mileto. Mileto. La nostra Mileto, oggi piazza solitaria, dove si ha comprensibilmente paura dell’affetto vicino, della stretta di mano, del fiato dell’altro e dei passi lesti e sbrigativi che si odono nella via accanto. Mileto. Un posto fra i tanti, in cui agli antichi silenzi del meriggio di questo novembre grigio e infinitamente strano si alternano le imprudenze di chi, forse, si ritiene immune al virus.

Mileto oggi è questa. Un luogo dove la luce è fioca; dove le improvvise folate di vento rumoreggiano impertinenti più del solito; dove per le famiglie il rito della raccolta delle olive è di questi tempi inattesi un misto di liberazione, fragranza e tradizione; dove il sole appare, annusa e se ne va all’improvviso, quasi adirato per quanto sta accadendo nei suoi luoghi dell’anima che lui, sin dall’inizio del tempo, voluto da Dio, riscalda, rinfranca, seduce e rende felici.

Si, oggi Mileto è questa. Una comunità che come le altre sta vivendo il suo momento difficile, ma che, nonostante tutto, continua ad essere bella, accogliente, elegante, ricca di memoria e piena di speranza come si conviene a una signora. Merito della sua gente che continua a vivere con prudenza e con fiducia. Merito dei suoi santi (San Rocco, San Fortunato e San Nicola) e della Vergine Maria che continuano a vegliare sui suoi abitanti. Merito del suo Conte Ruggero che la volle capitale, dei suoi palazzi antichi, delle sue chiese che odorano di incenso, della sua natura rigogliosa, del suo Corso Umberto I con lo struscio, oggi “in sonno”, ma che negli anni della rinascita ebbe tra i suoi “camminanti” più assidui i maggiorenti della politica locale, che qui si incontravano per dibattere e stringere accordi; tanti giovani rampanti e sognanti in cerca di futuro e di nuove amicizie; schiere di “mastri” locali, portatori di saggezza e di ingegno; intellettuali dalla penna graffiante e dai pensieri profondi; algide signore, signorine vezzose, giovani operai aitanti e studentesse leggiadre dagli sguardi intriganti.

Mileto, come ogni luogo di questa nostra regione, che ne ha viste di cotte e di crude, supererà la prova. Sconfiggerà il suo nemico invisibile e ritornerà a vivere in pienezza la sua vita di città delle chiese, dello struscio rimodernato, dei preti, dei poeti e che il compianto Franco Pata, miletese doc e idealista nel pensiero e nella sostanza , ebbe così a descrivere: "Il turista che scende per la statale 18, dalle colline che la circondano, ha di colpo la visuale della cittadina adagiata nella valle, colle cuspidi dei suoi campanili, e un’atmosfera di torpore e di mistero che sembra circondarla. Mistero è parola atta più che non si creda, se si vola con la memoria nel tempo alla scoperta del tempo stesso e di un termine umano che si potè dire storia".