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Il capitolo giudiziario legato al troncone abbreviato del maxiprocesso Maestrale-Olimpo-Imperium resta ancora aperto. La Procura generale della Corte d’Appello di Catanzaro ha deciso di impugnare davanti alla Corte di Cassazione il provvedimento con cui la Terza sezione penale aveva dichiarato inammissibile l’appello presentato dalla Direzione distrettuale antimafia contro alcune assoluzioni.

Il ricorso punta a ottenere l’annullamento dell’ordinanza dello scorso 29 giugno e a consentire un nuovo esame nel merito delle posizioni contestate dall’accusa.

La vicenda riguarda 35 imputati che, nel giudizio abbreviato celebrato davanti al gup distrettuale di Catanzaro, avevano ottenuto assoluzioni totali o parziali. La sentenza di primo grado, pronunciata il 20 marzo 2025, era maturata nell’ambito dell’inchiesta che ha ricostruito presunti assetti criminali e interessi delle cosche del Vibonese.

Il nodo del processo telematico

Al centro del confronto giudiziario non vi sono gli elementi dell’indagine, ma una questione esclusivamente procedurale legata alle modalità di deposito dell’impugnazione.

La Corte d’Appello aveva ritenuto non valido l’appello della Dda perché presentato il 30 ottobre 2025 con modalità non telematiche, mentre, secondo il collegio, dal 31 marzo dello stesso anno sarebbe stato obbligatorio utilizzare il portale del processo penale telematico per questo tipo di atti.

Una valutazione che la Procura generale contesta nel ricorso, sostenendo che la disciplina transitoria consentisse ancora il ricorso a modalità alternative di deposito e che il termine indicato dalla Corte riguardasse esclusivamente alcune fasi del procedimento di primo grado.

Secondo l’accusa, l’appello avrebbe dovuto seguire una disciplina specifica e sarebbe stato ancora possibile depositarlo anche fuori dal portale telematico almeno fino alla fine del 2025.

Le difficoltà tecniche del maxi fascicolo

Nel ricorso viene inoltre evidenziata la particolare complessità del procedimento, che coinvolge oltre 280 imputati e un fascicolo composto da una quantità enorme di documentazione.

Secondo la Procura generale, proprio le dimensioni eccezionali del procedimento avrebbero creato problemi nell’utilizzo della piattaforma ministeriale destinata al deposito degli atti. L’ufficio requirente avrebbe ricevuto indicazioni sull’impossibilità tecnica di compiere alcune operazioni a causa della mole del fascicolo.

La Procura sostiene che tali difficoltà avrebbero dovuto consentire il ricorso a modalità alternative di deposito, richiamando anche precedenti autorizzazioni adottate dagli uffici giudiziari per fronteggiare problemi analoghi.

La richiesta alla Suprema Corte

Nel ricorso viene chiesto alla Cassazione di annullare il provvedimento della Corte d’Appello e di permettere la prosecuzione dell’esame dell’impugnazione presentata dalla Dda.

In via subordinata, la Procura generale sollecita il riconoscimento della rimessione in termini, ritenendo che eventuali problemi tecnici certificati possano configurare un impedimento indipendente dalla volontà dell’ufficio.

La questione approderà ora davanti alla Suprema Corte, chiamata a stabilire se l’appello dell’accusa sia stato correttamente dichiarato inammissibile oppure se il procedimento dovrà tornare davanti ai giudici di secondo grado per una valutazione nel merito delle assoluzioni.