Ergastolo sì, ergastolo no. E’ stato questo uno dei temi più dibattuti in Italia nell’ultima settimana. L’argomento è stato anche al centro della puntata del programma di Massimo Gremellini “Le parole della settimana” andato in onda sabato sera su Rai3. La sentenza della Corte europea di Strasburgo secondo la quale l’Italia violerebbe i diritti umani ha fatto discutere. Secondo i giudici del Cedu anche i mafiosi condannati all’ergastolo o al carcere duro hanno diritto ai benefici di legge.

Gratteri e Calabresi, due posizioni a confronto. In studio, a commentare il verdetto, tra gli altri, c’erano l’ex direttore di Repubblica Mario Calabresi e, collegato dalla Calabria, il procuratore antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri. Due posizioni nettamente contrapposte. Da una parte il giornalista che trova aberrante il carcere a vita ritenendolo non compatibile con un tipo di stato di diritto: “La pena – spiega Calabresi - deve avere un aspetto rieducativo e lo Stato non deve vivere di vendetta”. Dall’altra parte il magistrato da oltre 30 anni impegnato nella lotta alla ‘ndrangheta, considerato da più parti il “Falcone calabrese”. Il pensiero di Gratteri è decisamente più pragmatico rispetto a quello dell’ex direttore di Repubblica: “L’ergastolano – sottolinea il procuratore di Catanzaro – può tranquillamente dimostrare allo Stato, ai cittadini italiani e alle parti offese di essere cambiato compiendo una condotta attiva e collaborando con la giustizia. Ma se lui continua a essere duro con la sua filosofia criminale, perché è un capo ‘ndrangheta o un capo di cosa nostra o della camorra, non è colpa mia ma una scelta sua rimanere fino all’ultimo giorno della sua vita in carcere. L’interesse e la sicurezza dei cittadini e degli italiani viene prima del detenuto”.

L'ipocrisia dell'Europa e dei suoi governanti. L’intervento di Gratteri va oltre la sentenza dei giudici di Strasburgo e si trasforma in un grido di allarme nei confronti di un Europa che continua a negare l’evidenza e a mettere la polvere sotto il tappeto quando si tratta di affrontare il “cancro” dell’infiltrazione delle mafie nel libero mercato. “Le mafie italiane e quella albanese in Europa – dichiara Gratteri – vendono cocaina e comprano tutto ciò che è in vendita con quei soldi. Sono due tipologie di reato che non richiedono il morto a terra e gli spari alle serrande. I politici del parlamento europeo e i governati dei vari paesi europei pensano che in Europa le mafie non ci siano, ma in realtà stanno drogando il libero mercato, quindi l’economia e la democrazia”. Gratteri cita il caso di Duisburg e spiega perché nessuno in Europa vuole fare riforme di carattere normativo per contrastare l’espansione delle mafie nel tessuto produttivo ed economico. “Dovrebbero spiegare ai loro cittadini per quali motivi da 25 anni nascondono le esistenze delle mafie e hanno paura anche di scoraggiare gli investitori stranieri”. Poi un cenno all’Italia e alla sua debolezza nel panorama internazionale ed europeo malgrado la legislazione antimafia italiana sia la più evoluta al mondo: “In questo sistema ipocrita – conclude – l’Italia in Europa ha sempre meno voce in capitolo perché negli anni ha perso di autorevolezza”.