Omicidio Lea Garofalo, il killer si pente e scrive un lettera: "Da quel giorno sono morto anche io"
A dieci anni dall’omicidio Vito Cosco, il killer della testimone di giustizia Lea Garofalo uccisa nel novembre 2009, rompe il silenzio e parla autoaccusandosi: “Non ho giustificazioni per quello che ho fatto. Se esiste un aldilà ho bisogno che la vittima continui a disprezzarmi per non aver fatto nulla per fermare quella follia”. Parole scritte da Cosco in una lettera nel carcere di Opera, nel Milanese, dove sta scontando l’ergastolo. “La verità è che io sono morto poco meno di dieci anni fa, insieme alla vittima, ma ancora non lo sapevo. Adesso lo so e sono pronto ad accettare qualunque cosa il destino mi riservi”.
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La ricostruzione del delitto fornita dall’uomo è diversa rispetto a quella giudiziaria: "Ho un fratello più piccolo di me che commise un grave delitto – afferma ancora Cosco – e, a cose già fatte, coinvolse anche me. Mi chiedo come ho potuto oltraggiare un corpo ormai senza vita. Forse è ancora presto per chiedere perdono. Si può vivere una vita intera e giungere alla fine senza quasi avere rimpianti oppure, come nel mio caso, la fine del nostro ciclo vitale arriva a tutta velocità come una locomotiva impazzita che travolge tutto. I miei valori sono cambiati, vorrei che ci fosse un grosso pulsante rosso da poter pigiare e, all’improvviso, il mondo che va all’indietro fino a quel maledetto momento – conclude – quando avrei potuto capire, rifiutarmi e, forse, comprendere quello che stava accadendo e fermarlo".
