Carmela Alvaro, 32 anni, è la vera e unica erede del boss di 'ndrangheta Vincenzo Alvaro. Carattere di ferro quello della figlia primogenita del "Papa" delle 'ndrine, al suo primo arresto con altri 25 prestanome nel blitz della Dia che ha scoperchiato un sistema ben preciso, con i tentacoli della criminalità organizzata calabrese che stritolavano Roma. Sotto sequestro, intanto, sono finiti beni per 100milioni di euro, mentre i capi d’accusa parlano chiaro: associazione mafiosa, sequestro di persona, minacce, violenza privata.

Questo scrivono i pm della Dda, gli aggiunti Michele Prestipino, Ilaria Calò e il sostituto Giovanni Musarò. Carmela Alvaro, come riporta La Repubblica, con queste accuse entra a pieno titolo nelle posizioni di vertice della 'ndrina romana. Marca il territorio, sbatte i pugni quando l'azienda "Briciole di delizia" di via Eurialo finisce nelle mani dello Stato.

Caccia persino via tutti gli amministratori giudiziari urlandogli dietro: "Sono fiera di essere figlia di un boss". Una donna capo, come scritto nel profilo delineato dal noto quotidiano, che, del padre, in questi anni è stata l'ombra. Si è sposata con un uomo di 'ndrangheta in una cerimonia, nel 2017, che era un summit degli uomini più in vista di Sinopoli. Duemila euro di reddito nel 2020 e movimenti per 650mila negli ultimi 5 anni: il mistero della vita dorata dietro il malaffare, scrive ancora La Repubblica.

È una donna furiosa, Carmela, quando un mese dopo gli arresti di maggio con "Propaggine" arrivano gli amministratori giudiziari. Lei gli riserva un trattamento per nulla gradevole: "Infame, non te li do i miei soldi". Si piazza davanti al panificio di Tuscolano, e quando arrivano i carabinieri: "Stanotte vengo e lo brucio, se non posso rimanere io non ci deve stare nessuno. Lo brucio questo locale e lo dico così se domattina lo trovate bruciato sapete che sono stata io". Donna rispettata, nel 2017, poco dopo il matrimonio è arrivata col marito Francesco Ferraro a un summit di mafia al Binario 96, uno dei ristoranti poi sequestrati dalla Dia. Lei, unica donna, tra gli uomini di 'ndrangheta.

Il primo amministratore giudiziario che finisce nelle sue grinfie, il 30 giugno scorso, viene sequestrato per 15 minuti dentro al panificio. A farle da spalla Besim Letniku, un impiegato e anche lui arrestato nel blitz, che chiude la saracinesca e lascia in trappola il malcapitato. Poi è la volta di un addetto alla cassa, inviato sempre dallo Stato. "Non devi toccare i miei soldi, sei un infame, servo dello Stato... pezzo di merda", sono le parole di Carmela Alvaro. Quell'uomo rifiuta l'incarico.

Il 2 luglio la storia si ripete. Carmela Alvaro urla al secondo addetto alle entrate e alle uscite che varca la soglia: "Infame, hai parlato male di mio padre". Fatto non vero ma che per la figlia del boss lo è nel momento in cui quell'ufficiale avrebbe preso possesso dei soldi del locale. Tutti scappano e si giustificano: "Abbiamo paura delle ritorsioni". Di fatto, scrive La Repubblica, l'amministrazione giudiziaria al panificio non è mai decollata veramente. E la risposta è nelle mani di Besim Letniku il giorno dell'arresto. Nelle tasche del suo giubbotto gli uomini della Dia hanno trovato i soldi degli incassi del giorno prima. Lo Stato con lei, almeno fino a ieri, ha vinto a metà.