L'operazione congiunta Italia-Usa denominata 'hackinitaly' ha portato all'arresto di una persona e alla denuncia di altre cinque

La Polizia di Stato, in collaborazione con l'Fbi statunitense, arresta italiano e ne denuncia altri cinque per accesso abusivo a sistema informatico e frode. E' il bilancio di un'operazione congiunta Italia-Usa denominata 'hackinitaly' che, grazie a una articolata attività di indagine, condotta in cooperazione tra gli investigatori del Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche - del servizio polizia postale e delle comunicazioni e gli investigatori statunitensi del Federal Bureau of Investigation (Fbi), ha portato all'arresto di una persona e alla denuncia di altre 5, in quanto ritenute responsabili di una complessa attività criminale finalizzata all'accesso abusivo a sistema informatico, creazione di Botnet e alla frode ai danni di aziende pubblicitarie operanti sulla rete internet. La frode finora accertata supera i 300 mila euro. L'attività è originata da uno studio condotto da alcuni ricercatori statunitensi dell'internet storm center (isc) che avevano individuato delle botnet costituite da dispositivi NAS, ubicati tra l'Europa e gli Stati Uniti, compromessi grazie ad una vulnerabilità del sistema operativo su essi installato. Gli accertamenti successivi, dagli investigatori della polizia postale e delle comunicazioni in collaborazione con quelli dell'Fbi, hanno così portato all'identificazione di sei cittadini italiani, responsabili della compromissione di oltre 120 mila dispositivi NAS, tramite i quali era stata creata una Botnet dedicata alla realizzazione di frodi informatiche in danno di società operanti nel campo della pubblicità online. Una botnet è una rete formata da dispositivi informatici collegati ad Internet e infettati da malware. Secondo quanto appurato dagli investigatori, i ruoli all'interno del gruppo erano diversi: due fratelli romani trentenni, entrambi tecnici, collaboratori di un sito di scommesse online, avevano messo su lo schema attraverso il quale la frode si perfezionava. Gli altri consentivano la monetizzazione attraverso i propri codici fiscali, documentando falsamente l'avvenuta prestazione professionale, per importi sempre inferiori ai 5.000 euro, oltre i quali la normativa prevede il possesso di una partita Iva.

L'attività di stretta collaborazione tra gli uffici italiani e statunitensi ha permesso quindi di individuare il server che aveva ospitato i server di amministrazione (i cosiddetti Command & Control) di botnet IRC gestiti dal G.F., nonché le mail a lui intestate utilizzate per la commissione materiale dei reati (registrazione presso societa' fornitrici di servizi informatici, scambio di email con i siti fornitori di banner pubblicitari). E proprio l'attività svolta sul traffico presente sulle mail intestate a quest'ultimo ha fatto emergere gli elementi a carico degli altri indagati: comunicazioni, pagamenti e documentazione fiscale che certificavano le fatturazioni da parte delle aziende pubblicitarie frodate. Nei confronti di tutti, il sostituto procuratore Eugenio Albamonte della Procura della Repubblica di Roma, titolare delle indagini, ha così emesso decreti di perquisizioni eseguiti a Roma e provincia, Reggio Calabria e Venezia con l'ausilio del personale della polizia postale dei compartimenti di quei capoluoghi. Uno dei due fratelli, la vera mente del gruppo, è stato cosi' tratto in arresto ad Amsterdam mentre si trovava momentaneamente domiciliato in Olanda. L'arresto è stato effettuato dall'Fbi, in collaborazione con la polizia olandese. Le prime analisi eseguite sul materiale rinvenuto in sede di perquisizione presso le abitazioni degli indagati, poi, hanno confermato un rilevante numero di richieste verso i domini riconducibili a società, italiane e straniere, che si occupano di annunci pubblicitari online ed offrono ai proprietari di siti internet che accettano di inserivi banner pubblicitari, la possibilità di guadagnare denaro in base a quante volte questi banner vengono cliccati dai visitatori del sito (la cosiddetta modalità pay per click). Lo scopo era pertanto quello di far arrivare sul sito della società pubblicitaria molto traffico proveniente dai siti internet creati "ad hoc" dal gruppo criminale, al fine di ottenere il pagamento di un servizio in realtà non erogato. Tale traffico infatti simula quello che sarebbe normalmente originato dai normali visitatori che cliccano sui banner pubblicitari utilizzando un browser, ed ha come conseguenza il pagamento per dei click in realtà mai avvenuti. La frode messa su dal gruppo era veramente redditizia: le somme sinora accertate superano i 300 mila euro nel corso degli ultimi 5 anni.(AGI)