'Ndrangheta, l’ultima parola dell'“Avvocato”: così i vertici del clan hanno fermato la faida (NOMI)
Dalle carte del Ros emergono i retroscena dell'estate 2025: il ruolo di vertice dei clan per sedare le tensioni interne. Il faccia a faccia per evitare il sangue
L’inchiesta “Risiko”, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, continua a svelare i complessi equilibri della ’ndrangheta di Siderno. Le nuove informative depositate dal Ros gettano luce su una missione diplomatica sotterranea, avvenuta sotto il sole della Locride nell’estate del 2025, volta a disinnescare una bomba pronta a esplodere: una lite tra cugini della cosca di contrada Mirto che rischiava di trascinare il clan in una guerra fratricida.
Al centro degli approfondimenti investigativi c’è la figura di Frank Albanese, 59 anni, residente ad Albany (New York) ma tornato in Calabria nel luglio scorso. Secondo gli inquirenti, Albanese si sarebbe trovato nel mezzo di una "vertenza" interna che si trascinava dal 2023. Per evitare che la disputa sfociasse in omicidi, si sarebbe reso necessario l'intervento dei "piani alti" dell'organizzazione.
Il nome che emerge con forza nei documenti è quello di Antonio Commisso (classe '56), alias "l’avvocato". Sebbene non figuri tra gli indagati del procedimento Risiko, Commisso viene descritto come un punto di riferimento apicale, la cui autorevolezza varca i confini nazionali. Già condannato in passato, la sua influenza era già nota alle cronache per aver mediato in passato delicate vicende persino in Canada.
Le intercettazioni catturate tra il 18 e il 23 luglio 2025 raccontano la frenesia di quei giorni. Albanese, parlando con i familiari, mostrava preoccupazione per la frattura ancora aperta tra i parenti-rivali. Il punto di svolta sarebbe avvenuto la mattina del 23 luglio a Donisi, presso l’abitazione di Commisso.
Subito dopo il colloquio, Albanese si diceva fiducioso sulla risoluzione del conflitto. Alla domanda di un sodale sulla possibilità di una riappacificazione tra i due contendenti ("Salvatore" e "Peppe"), la risposta registrata dagli inquirenti non lasciava dubbi: «Certo che li fa». Un’affermazione che, per chi indaga, conferma il potere di coercizione morale e gerarchica dei vertici della "Provincia", capaci di convocare gli affiliati per imporre la pace e salvaguardare gli affari del clan dal clamore delle armi.
