La 'ndrangheta era unita anche sul territorio vibonese. Al suo interno vi erano una serie di cosche, a cominciare da quella di Limbadi. Questa ha ramificato i tentacoli anche al di fuori della provincia di Vibo e della Calabria. Lo scrivono i magistrati, nelle 847 pagine con cui viene motivata la sentenza del processo Rinascita Scott, in abbreviato. "Al vertice della cosca di Limbadi -si legge -c'era Luigi Mancuso, che è promotore, organizzatore, capo e finanziatore del sodalizio con compiti di decisione, di pianificazione delle strategie e degli obiettivi da perseguirsi e delle azioni delittuose da compiere, della gestione dei rapporti e degli equilibri con i gruppi rivali". A tutti gli effetti, un dominus, "che assumeva le decisioni più rilevanti, impartendo le disposizioni e combinando sanzioni agli associati a lui subordinati".

Luigi Mancuso era colui che "si occupava pure di dirimere i contrasti interni ed esterni al sodalizio da lui capeggiato, commissionando direttamente estorsioni, continuando a svolgere -secondo i giudici -funzioni di vertice anche durante il periodo della detenzione, sia all'interno del carcere che all'esterno, veicolando messaggi attraverso i suoi sodali, occupandosi delle operazioni volte al riciclaggio dei proventi del sodalizio ed all'intestazione fraudolenta a terzi delle attività e dei beni riconducibili al gruppo".

Luigi Mancuso provvedeva anche ad uno dei settori strategici per la cosca di Limbadi, "quello delle speculazioni immobiliari in ambito turistico-alberghiero". Era lui a mantenere i rapporti con esponenti di altre articolazioni della 'ndrangheta, anche della provincia di Reggio, in particolare con le cosche Piromalli e De Stefano. Aveva a che fare direttamente con i "colletti bianchi", professionisti, imprenditori, politici, massoni. "Tra questi c'era -evidenzia la sentenza -anche Giancarlo Pittelli, elemento di riferimento per la risoluzione dei problemi dell'organizzazione".