Rinascita Scott, confermato l’ergastolo per boss del Vibonese e ridotte le pene per altri imputati (NOMI)
Dopo oltre due ore di camera di consiglio, la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro ha emesso la sentenza nel filone omicidi del maxi-processo “Rinascita Scott”, uno dei più vasti procedimenti giudiziari contro le cosche vibonesi di ’ndrangheta.
I giudici, presieduti da Piero Santese con Elvezia Cordasco a latere, hanno confermato l’ergastolo per Domenico Bonavota, ritenuto il capo dell’omonimo clan di Sant’Onofrio e già condannato in primo grado per il duplice omicidio di Alfredo Cracolici e Giovanni Furlano, avvenuto a Vallelonga nel febbraio 2002.
Diversa, invece, la decisione nei confronti di Saverio Razionale, boss di San Gregorio d’Ippona, e di Giuseppe Antonio Accorinti, ritenuto a capo del gruppo di Zungri. Per entrambi, la Corte ha escluso la premeditazione e ridotto la pena dall’ergastolo a 30 anni di reclusione, accogliendo parzialmente le argomentazioni delle difese.
Un esito completamente opposto per Antonio Ierullo, accusato di aver avuto un ruolo di supporto nell’agguato Cracolici-Furlano: la Corte ha disposto l’assoluzione con formula piena, ritenendo che gli elementi a suo carico non fossero sufficienti a superare la soglia della ragionevole certezza.
Riduzioni di pena anche per gli imputati coinvolti nel sequestro di Rocco Ursino, episodio avvenuto tra Lombardia e Calabria nei primi anni Duemila. Le pene sono state rimodulate al ribasso: 17 anni e 7 mesi per Antonio Vacatello, 11 anni e 1 mese per Maurizio Pantaleo Garisto e Valerio Navarra, con l’esclusione dell’aggravante dell’agevolazione mafiosa.
Confermata, invece, la condanna a 14 anni di reclusione per Andrea Mantella, collaboratore di giustizia riconosciuto colpevole della “lupara bianca” del cugino Filippo Gangitano nel gennaio 2002.
La Procura generale aveva chiesto la conferma integrale delle condanne di primo grado, ricostruendo in requisitoria una lunga catena di delitti che, secondo l’accusa, avrebbero consolidato il potere della ’ndrangheta vibonese tra gli anni ’90 e i primi Duemila.
Pur mantenendo fermi i punti centrali dell’inchiesta della Dda di Catanzaro, la Corte ha ritenuto di ridimensionare alcune posizioni individuali, riconoscendo limiti nella prova della premeditazione e accogliendo parzialmente le istanze difensive.
