Strage di 'ndrangheta nel Vibonese: le rivelazioni del pentito (NOMI)
La ricostruzione evidenzia la fuga dei killer e il loro nascondiglio con il supporto delle cosche cosentine

Dopo la Strage di Ariola, in cui persero la vita Stefano Barillaro e Giovanni e Francesco Gallace, il pm Andrea Buzzelli ha ricostruito i giorni successivi alla mattanza nell’ambito del rito abbreviato del processo Habanero. La ricostruzione evidenzia la fuga dei killer e il loro nascondiglio con il supporto delle cosche cosentine, ma anche il timore delle vittime sopravvissute che la violenza del commando potesse continuare. Secondo l’accusa, l’agguato sarebbe stato una vendetta per la morte di Rocco e Antonio Maiolo, avvenuta anni prima nella sanguinosa faida che aveva sancito il ritorno al potere dei Maiolo nelle Preserre vibonesi.
Gli imputati sono i fratelli Angelo e Francesco Maiolo (classe ’79), il cugino Francesco Maiolo (classe ’83) e Francesco Capomolla, per il quale nel rito abbreviato è stato chiesto l’ergastolo. L’accusa si fonda sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tra cui Enzo Taverniti, che un mese prima era stato vittima di un tentato agguato. Taverniti ha raccontato la ferocia con cui furono uccisi «tre innocenti» e ha sottolineato come «vanno fermati», perché atti di tale crudeltà non sono giustificabili nemmeno nelle dinamiche della ‘ndrangheta.
Nei giorni successivi alla strage, scattarono anche gli arresti per il tentato omicidio di Taverniti. Angelo Maiolo, sfuggito alla retata, si sarebbe nascosto da Antonio Forastefano, alias il “diavolo”, ex collaboratore di giustizia, confessando di essere autore della strage. Fondamentali sono stati anche i confronti in ospedale tra Taverniti e Francesco Maiolo (classe ’83) e tra Taverniti e Angelo Maiolo, nei quali emergono dettagli sulle responsabilità nella strage e viene indicato anche Francesco Capomolla. Le dichiarazioni di Michele Ganino confermano il ruolo dell’imputato nell’agguato mortale.
