La Corte di Cassazione, nelle motivazioni del processo “Petrolmafie – Dedalo”, conferma l’ingerenza delle cosche vibonesi nei lavori per la costruzione del nuovo complesso parrocchiale “Resurrezione di Gesù” a Pizzo, affidati dalla Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea ad una ditta del Vibonese. Secondo i giudici, vi fu una "spartizione dei subappalti tra imprese vicine a diversi gruppi di ’ndrangheta".
Figura centrale sarebbe Giuseppe D’Amico, considerato dagli inquirenti uomo di collegamento tra Luigi Mancuso, Pasquale Gallone e le cosche Bonavota, Anello e Fiarè. Le intercettazioni hanno documentato pressioni esercitate su un dipendente della ditta, per orientare le forniture verso aziende “imposte” dai clan. Francescantonio Anello e la ditta Prestanicola avrebbero cercato di garantirsi l’appalto del calcestruzzo, con l’intermediazione di un architetto. Gallone trasmetteva gli ordini del boss Mancuso e fungeva da mediatore nei conflitti tra le fazioni coinvolte. La Cassazione respinge i ricorsi degli imputati, definendo la ricostruzione dei giudici di merito coerente e fondata su prove solide. Viene riconosciuta la sussistenza di un’estorsione in forma silente, attuata senza minacce dirette ma con una pressione mafiosa costante e organizzata, finalizzata a condizionare l’assegnazione dei lavori.