La presidente della Regione Calabria Jole Santelli sui media, urbi et orbi, il venerdì della passione (sono passati sette giorni), ha esibito il suo orgoglio calabro per il medico Luigi Camporota, perché ha in cura il premier d’acciaio inglese Boris Johnson (degno erede della lady di ferro Margaret Thatcher), anche lui vittima sacrificale del coronavirus e dell’orgoglio english: “Siamo orgogliosi che in queste ore il nome della Calabria sia legato a Luigi Camporota, il medico di origini catanzaresi che ha in cura il premier britannico Boris Johnson. Ne siamo fortemente orgogliosi perché è questa Calabria operosa, delle intelligenze e delle professioni, che finalmente deve poter venire a galla come esempio positivo di una regione che merita un futuro migliore”. Nemo propheta in patria: l’espressione evangelica è quanto mai appropriata. Per risorgere ed essere considerato un messia è necessario lasciare la Calabria. Questo il vecchio e nuovo testamento predicato dalla Santelli e dai tanti epigoni che in coro hanno cantato e decantato il Gloria al Padre (dossologia minore) e il Gloria a Dio (dossologia maggiore). Ma i dottori che curano i poveri cristi qui in Calabria e tutto il personale medico-sanitario che mette a rischio la propria vita, non sono degni di orgoglio?

La retorica è sempre pronta ad iniettare il suo potente anestetico, perché si porta impresso a lettere di fuoco, nel suo rovescio, il complesso di inferiorità, che si è replicato più del coronavirus nei secoli. Questo contagio in Calabria ha proliferato ogni oltre fervida immaginazione fino al punto di mettere in scena il grottesco e il ridicolo, come il baciamano a sua maestà Silvio Berlusconi, da parte del suddito sindaco di Soriano Calabro Vincenzo Bartone (durane la campagna elettorale per le regionali). Questo gesto oltraggioso per un uomo delle istituzioni, ha reso manifesto un comportamento diffuso verso i padroni, i padrini e i predoni che hanno fatto di questa terra un ricettacolo di oscenità.

Queste egregie e illustri autorità istituzionali che ostentano l’appartenenza alla stirpe calabra, come giustificano e spiegano il loro orgoglio di fronte alle condizioni incivili e ignobili in cui versano i nostri ospedali, i nostri ambulatori e tante famiglie che nel silenzio soffrono lesi nella loro dignità ogni giorno, perché gli vengono estirpati i sacrosanti diritti sanciti nella Costituzione? Come al solito ci dobbiamo affidare ai Santi affinché ci proteggano dalle malattie e dai viaggi della “disperanza”. Per il Covid 19 fiduciosi ci affidiamo alle scelte oculate della Santelli.

Figli di un dio minore i calabresi onesti e liberi che decidono con coraggio di restare nella loro terra sono condannati a subire continue offese, mentre gli altri ad assuefarsi ai meccanismi nefasti perpetrati da coloro che sono scelti o meglio, prescelti in base alle loro eccelse facoltà di fedeltà ai conquistadores. D'altronde, se la maggior parte del popolo sovrano calabro, da 50 anni, si riconosce e si rispecchia in questi personaggi, le attese non potevano essere disattese. Le immagini e i contenuti che sono venuti fuori dalla trasmissione di Rai 3 Report (lunedì 30 marzo) lo testimoniano in modo scandaloso. Abbiamo visto come l’ex capo della protezione civile Domenico Pallaria (vero enigma amletico per i molteplici incarichi ad interim conferiti o confermati dai presidenti Giuseppe Scopelliti, Mario Oliverio e, tanto per cambiare,da Jole Santelli), con serafica disinvoltura abbia esibito la sua formidabile competenza nel campo sanitario, mentre la Santelli con disincantata incredulità ha confessato che non aveva nessun altra scelta. Verrebbe da dire: “Come è beata la beata ebetudine in questa terra!” Il Cavaliere errante non ha rivali nel selezionare le sue dame di corte e i calabresi ad inchinarsi.

Ai tempi in cui il popolo aveva messo in croce Gesù, il pagano Seneca (nella sua Phaedra) affermava che “Il popolo gode nell’affidare il potere al turpe” (Populus gaudet tradere fasces turpi). I tempi non sono cambiati e i segni li possiamo toccare con mano in particolare dall’inizio del secondo millennio, da quando il declino politico e culturale celebra la sua apoteosi. E il potere ha trovato il suo habitat ideale nelle prolifiche e operose mani dell’imbecillità. “Qua si campa d’aria” cantava Otello Profazio.

Nicola Rombolà
responsabile nel Vibonese del movimento civico-culturale “Tesoro Calabria”, fondato e presieduto da Carlo Tansi