Sarebbe il mandante del fallito agguato ai danni del capo della Motorizzazione civile di Chieti  organizzato mentre era nel programma di protezione

di MIMMO FAMULARO

E’ l’8 giungo del 2016. A Silvi, piccolo comune balneare in provincia di Teramo, definito la “perla dell’Adriatico”, sono le 7.40 del mattino quando un uomo, Mario Nino Presutti (nel riquadro della foto sopra), direttore della Motorizzazione di Chieti, esce da casa per recarsi a lavoro a bordo della sua Toyota. Percorre giusto mezzo chilometro quando uno Scarabeo 125, rubato a Pescara con in sella una persona con casco integrale lo affianca dalla parte del guidatore ed esplode un colpo di pistola automatica calibro nove che si conficca nella carrozzeria dell'auto. Presutti si salva da un vero e proprio agguato. E’ un tentato omicidio. Passano pochi mesi e a Londra viene arrestato, dopo un periodo di latitanza, Doriano Mancinelli, 37enne di Silvi, accusato di essere l’esecutore materiale dell’attentato. Con lui finisce in carcere un’altra persona. Si chiama Domenico Cricelli, ha 50 anni e arriva da Tropea. Negli atti giudiziari compare domiciliato presso il servizio centrale di protezione.

La doppia vita del pentito. Domenico Cricelli è un collaboratore di giustizia, non uno qualsiasi. Grazie alla sue rivelazioni nel 2006 scattò l’operazione Odissea con 41 ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nei confronti di altrettanti affiliati alla cosca Mancuso di Limbadi e La Rosa di Tropea.  In Abruzzo era stato trasferito successivamente al suo pentimento e Silvi era la sua località segreta protetta. E' qui che risiedeva nel giugno del 2016 nell'ambito del programma di protezione al quale era stato sottoposto. Ora Domenico Cricelli si trova recluso in un carcere della Toscana. L’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Teramo Roberto Veneziano, su richiesta del pm Greta Aloisi,riguarda anche lui, il pentito di ‘ndrangheta di Tropea, arrestato con la pesante accusa di tentato omicidio. Per gli inquirenti Mancinelli sarebbe l’autore materiale dell’agguato mentre Cricelli sarebbe il mandante e, più precisamente, “complice e coordinatore della complessiva azione criminosa”. Entrambi il prossimo 17 ottobre compariranno davanti al gup per l’udienza preliminare. Stando alla tesi della Procura, Domenico Cricelli avrebbe condotto una doppia vita nella suo soggiorno a Silvi. Pentito di ‘ndrangheta nascosto in Abruzzo, ma anche mandante – vero o presunto lo dirà il processo – per il tentato omicidio di Mario Nino Presutti.

Movente misterioso. C’è però un tassello mancante nel mosaico, il movente. Perché il collaboratore di giustizia tropeano avrebbe deciso di fare da complice a Mancinelli? Scrive il gip: "Di certo le indagini fino a questo momento compiute con encomiabile linearità ed indubbia professionalità dai carabinieri operanti non sono state in grado di delineare un movente, ossia la ragione che ha innescato, nella prefigurazione deviata dei due correi, il complesso iter organizzativo che avrebbe dovuto concludersi con l’uccisione del Presutti, cui eventualmente i due addebitano qualche comportamento, nell’ambito della sua attività professionale di direttore della motorizzazione civile di Chieti, interpretato come un insuperabile ostacolo al perseguimento di considerevoli utilità di eminentemente natura economico". Per il giudice è  essenziale il proseguimento dello sforzo investigativo per individuare il movente, ma la "mancanza allo stato degli atti, di certo non incide negativamente sulla saldezza di un quadro indiziario strutturato su basi solide”. Come dire: per il gip, Domenico Cricelli avrebbe avuto un ruolo nel tentato omicidio Presutti benché fosse da tempo un collaboratore di giustizia inserito nel programma di protezione.

Infiltrazioni abruzzesi. Una vicenda che già sta facendo discutere in Abruzzo. Il consigliere regionale di Sinistra Italiana Leandro Bracco (nella foto) è anche un giornalista che si è, tra l'altro, laureato con una tesi sull'omicidio del magistrato Bruno Caccia. Prima di entrare nell'agone politico ha lavorato con Fox Crime e sulla storia del pentito di 'ndrangheta calabrese incriminato per il tentato omicidio del capo della motorizzazione civile di Chieti ha un'idea precisa: “Sono dell’opinione – ha sostenuto a più ripresa – che questo pentito di primo piano della ‘ndrangheta, dopo essersi svincolato dalla ‘ndrina di origine e una volta ottenuta, in quanto collaboratore di giustizia, la protezione della propria incolumità da parte dello Stato, abbia tentato di inquinare a livello malavitoso il territorio abruzzese assoldando manovalanza criminale in loco”. Per Bracco, insomma, l'Abruzzo sarebbe tutto, tranne che un'isola felice impenetrabile per le mafie. Ma questa è un'altra storia.