appello-catanzaro.jpg
appello-catanzaro.jpg

La rideterminazione delle pene non equivale a una riapertura del processo. È il principio che emerge dalle motivazioni depositate dalla Corte d’Appello di Catanzaro nel giudizio di rinvio relativo al troncone abbreviato di “Rinascita Scott”, il maxiprocesso nato dall’inchiesta della Dda contro le cosche del Vibonese. I giudici hanno spiegato le ragioni della decisione con cui, lo scorso 21 maggio, sono state ridotte 29 condanne a seguito dell’intervento della Corte di Cassazione che aveva escluso l’aggravante prevista dall’articolo 416 bis, comma 6, del codice penale, relativa al reimpiego di proventi illeciti in attività economiche.

Secondo la Corte, il rinvio disposto dalla Suprema Corte aveva un perimetro ben definito e non consentiva una rivalutazione complessiva delle responsabilità o del trattamento sanzionatorio degli imputati. Gli altri motivi di ricorso, infatti, erano stati rigettati o dichiarati inammissibili, determinando la definitività delle valutazioni già operate nei precedenti gradi di giudizio.

Per i magistrati, l’attività richiesta al giudice del rinvio si è limitata a eliminare l’aumento di pena collegato all’aggravante annullata, senza possibilità di intervenire sulla pena base, sugli aumenti per la continuazione o sui criteri utilizzati per valutare la gravità delle condotte e il ruolo dei singoli imputati nei contesti associativi contestati.

Respinta, quindi, la tesi delle difese che puntava a una revisione più ampia delle sanzioni attraverso una nuova valutazione dei parametri previsti dall’articolo 133 del codice penale. La Corte ha ribadito che la “dosimetria della pena” era ormai coperta da giudicato e non più suscettibile di riesame.

Confermate anche le valutazioni relative al ruolo e alla personalità dei singoli imputati, già poste a fondamento delle pene base stabilite in primo grado, fatta eccezione per la posizione di Luciano Macrì, interessata anche da ulteriori contestazioni. 

La sentenza 

La Corte ha rideterminato le condanne nei confronti di 29 imputati: 20 anni per Luciano Macrì, di Vibo Marina, unica posizione rimasta invariata rispetto al precedente giudizio; 15 anni e 2 mesi per Domenico Macrì, detto “Mommo”; 14 anni e 10 mesi per Pasquale Gallone; 14 anni e 8 mesi per Francesco Antonio Pardea; 12 anni per Domenico Pardea;11 anni e 10 mesi per Luca Belsito; 11 anni e 4 mesi per Domenico Camillò, Michele Dominello, Giuseppe Lopreiato e Michele Pugliese Carchedi; 10 anni e 8 mesi per Filippo Di Miceli e Sergio Gentile, alias “Toba”; 10 anni per Carmelo Salvatore D’Andrea, alias “Coscia d’Agneiju”, e Filippo Orecchio; 9 anni e 8 mesi per Carmelo Chiarella; 9 anni e 4 mesi per Gregorio Giofrè e Giovanni Claudio D’Andrea; 8 anni e 8 mesi per Raffaele Antonio Giuseppe Barba, detto “Pino Presa”, Paolo Carchedi, Nazzareno Franzè, detto “Paposcia”, e Francesco Gallone; 8 anni per Nicola Lo Bianco, Salvatore Lo Bianco, detto “u Gniccu”, Michele Manco, Salvatore Morgese, Domenico Prestia e Domenico Cracolici; per Pasquale Antonio D’Andrea la pena è stata rideterminata in 3 anni e 4 mesi di reclusione, oltre a 6.667 euro di multa; per Cristiano Gallone la condanna è stata fissata in 3 anni, 5 mesi e 11 giorni di reclusione, oltre a 4.000 euro di multa.